“HO GUARDATO” LA VITA E NE HO APPREZZATO LA SUA BELLEZZA

BOGANI

DI GIOVANNI BOGANI

Se c’è una parola che amo, è “sguardo”.

Sarà perché, piano piano, la mia vista se ne va. Come quella di mia nonna, destino di un Dna fragile. Sarà perché sempre, in ogni momento, nella mia vita, ho guardato. Ho sperato che con gli occhi si potesse possedere il mondo. Si potesse sapere. Del resto, lo pensavano anche i greci. Oida significa “ho visto” e “so”. O forse non è vero. E’ una delle cose che mi sono rimaste nella mente, dal liceo.

Per sapere, bisogna vedere. Lo sguardo è tutto. E per raccontare, per comunicare, per dare il nostro sapere agli altri, è meglio essere ciechi, come Omero. Non essere distratti dall’onnipresente e chiassosa esistenza del mondo, intorno. Per questo Omero e Borges erano ciechi. I due più grandi narratori di sempre. Per narrare, per scrivere, bisogna fare il buio, intorno.

Ma prima. Quanto sguardo occorre. Se mi chiedo che cosa ho fatto, nella vita, mi viene da rispondere: “ho guardato”. Con amore, con sgomento, senza capire, desiderando, carezzando con le dita degli occhi forme, superfici, volti, gambe, seni. O carezzando coste e continenti, sognando viaggi che non ho fatto mai.

Per essere uno che lavora e vive di parole, credo di avere solo guardato. Di avere usato le parole solo per trovare la traccia di tutti gli sguardi che ho lanciato, che ho posato, che ho perduto. Mi sembra di avere disseminato parole come sassi, sopra i miei sguardi, per non farli volare via.

Guardare. Credere di capire una donna, guardandola. Non stancarsi mai di guardarla. Andare in giro con uno scooter, e chiedersi in ogni istante che cosa ci sarà, dopo quella curva, al di là di quella collina. Guardare le cose che nessuno vede, nella strada, tra la gente, farsi una collezione infinita di istantanee dello sguardo subito dimenticate. Il paradiso, pensavo, è un archivio immenso di tutte le cose che abbiamo guardato, e di tutte quelle che avremmo potuto guardare.

La mia vita è così per tutto quello che ci è finito dentro. I suoni e le immagini. La mia vita è la somma di tutte le albe che ho visto, il nero che si trasformava in rosa, e un mare guardato in un film in bianco e nero, una distesa infinita di pietre vulcaniche nere in un’isola dal nome impossibile, i colori di Soweto, il volto di Liv Ullmann in un film di Ingmar Bergman, gli sguardi delle donne che ho amato, mio padre mentre moriva, e mi guardava, senza poter più dire niente, e un bambino che ti guarda, dal sedile di dietro di un’auto, incroci il suo sguardo per un attimo, e non lo rivedrai mai più. Ma gli hai dato un sguardo, mentre aspettavi al semaforo, ti ha dato uno sguardo. A volte, uno sguardo è tutto ciò che abbiamo. E può bastare.

Ogni volta che ho sentito di non essere più in guerra col mondo, col fatto di esistere, e di essere destinato a morire, è stato mentre guardavo qualcosa. Il mare che batte sulle scogliere in Scozia, a una certa ora di una sera che sembra non finire mai. O anche solo un bicchiere colorato, nella mia cucina piena di silenzio. E a un tratto, pensare: ma quanta bellezza c’è, nel mondo. E persino in questo bicchiere comprato all’Ikea.

E per ognuno di noi, c’è un album infinito di fotografie, un piano sequenza infinito, lungo tutta la nostra vita. Sono un corpo imperfetto e debole in mezzo al mondo, ma ho due occhi per divorare l’universo.

magnifique