LA PROCURA DI ROMA ARCHIVIA FASCICOLO ‘ETTORE MAJORANA’

Antonio Giampieri

DI ANTONIO GIAMPIERI

Ettore Majorana viveva in Venezuela nella seconda metà degli anni ’50. La procura di Roma ha archiviato ieri un cold case che durava da 77 anni. Non ci furono quindi, come si legge nel decreto, “condotte delittuose o auto lesive contro la (sua) vita o contro la libertà di determinazione e movimento”. Si è dato credito, quindi, alla testimonianza, di Francesco Fasani, un italiano residente in Venezuela, intorno al 1955, e che ha sempre sostenuto di aver riconosciuto e frequentato, l’illustre fisico che si faceva chiamare signor Bini. A togliere ogni dubbio alla Procura, un’analisi comparata di una fotografia del signor Bini che è risultata sovrapponibile a quella del padre di Majorana, alla stessa età, e una cartolina trovata nella macchina venezuelana di Bini, indirizzata a Quirino Majorana, zio di Ettore. Caso chiuso, ma non tutti sono convinti.

Ma torniamo al 1938. Il fisico siciliano faceva parte, con Enrico Fermi, di un gruppo di fisici italiani, che da qualche anno studiava, tra l’altro, l’energia atomica. Le applicazioni distruttive di quell’energia, erano note a tutti loro. Majorana in particolare, avrebbe avuto una crisi di coscienza, non riuscendo a sopportare l’idea che i suoi studi avrebbero potuto causare la morte di milioni di persone. Quando scomparve, un giorno di fine marzo del 1938, furono in molti a pensare ad un suicidio. Altri parlarono di rapimento: una potenza straniera l’avrebbe sequestrato affinché realizzasse la bomba atomica. Qualcuno disse che si era ritirato in un convento, dopo una crisi mistica. Sono stati scritti libri e girati film. Gli ingredienti per una spy story, ci sono sempre stati.

Fatto sta che Majorana/Bini nel 1955 era vivo. Cosa però abbia fatto in quei 17 anni e dove sia stato prima di sbarcare in Venezuela, nessuno lo sa. Chissà come reagì, quando il 6 agosto del 1945, un ordigno nucleare cancellò Hiroshima. Forse i suoi parenti sapevano dov’era, ma decisero di rispettare la sua scelta di scomparire. Sul perché decise di farsi chiamare Bini, potremmo azzardare  qualche ipotesi: Bino, vuol dire “doppio, in coppia con un elemento identico”. Inoltre, il sistema binario, è un principio matematico alla base del funzionamento dei moderni computer e che doveva essere ben noto a Majorana. Una mente brillante come la sua, potrebbe aver pensato a quel cognome come pseudonimo, non per caso: il doppio di se stesso.

C’è poi un’altra suggestione, che nasce, questa forse per caso, dalle parole usate dal magistrato romano nel suo decreto di archiviazione: «… contro la libertà di determinazione e movimento…». Qualche anno prima di scomparire, Majorana aveva lavorato, in Germania, con Werner Heisemberg, il padre della fisica quantistica. Il suo principio di indeterminazione afferma che non è possibile determinare nello stesso momento la posizione nello spazio e la quantità di moto di una particella. Due righe che rendono possibile, ad esempio, l’esistenza di universi paralleli. Majorana si era creato un universo parallelo.

Ci piace immaginare che la sua vita in Venezuela sia stata felice. Che la sua mente inquieta ma geniale, gli abbia concesso momenti di tregua esistenziale. Una vita da Signor Bini, senza formule in testa e incubi da funghi atomici. Forse Bini in Venezuela ha lasciato tracce, forse sarà sepolto da qualche parte, ci piacerebbe che qualcuno trovasse la sua tomba. Sulla lapide, immaginiamo una scritta: «Sono nell’universo accanto».

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