ALLAH AKBAR: LIBERE INTERPRETAZIONI DEGLI OCCIDENTALI

Amedeo Ricucci

DI AMEDEO RICUCCI

Pensierino della domenica, dai campi profughi siriani:
L’espressione Allah Akbar – ma sarebbe più esatto dire Allahu Akbar – sembra diventata, agli occhi e alle orecchie di noi occidentali, un vero e proprio grido di guerra: un urlo da stadio, cioè, uno slogan da corteo violento, un inno oppure un mantra con cui le “orde musulmane” si sarebbero lanciate sgozzando e sparando alla conquista dell’Occidente. Eppure non serve una laurea specialistica per rendersi conto che Allahu Akbar è solo di un’invocazione religiosa, che sgorga dal cuore e con la quale ogni musulmano che la pronuncia si mette – com’è normale che sia, anche per i cristiani – sotto la protezione del suo Dio.
Si dice Allahu Akbar nei villaggi e nelle città siriane bombardate tutti i giorni da regime di Bachar al Assad e si dice Allahu Akbar nei campi profughi in Giordania, Libano e Turchia, dove da più di tre anni i siriani vivono di stenti, senza un futuro.
Affidarsi a Dio è l’unica cosa che resta ai siriani, privati ormai di tutto, anche della speranza. Ma noi occidentali, vittime sia della propaganda di Assad che della falsa coscienza dei nostri governi, invece di aiutarli li mettiamo all’indice, con la scusa dell’ ISIS.

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