CHRIS RAINBOW, SCOMPARSO IL CANTANTE DALLE MILLE VOCI

DI ANDREA GRASSO

Il 25 Febbraio scorso è purtroppo morto dopo lunga malattia Chris Rainbow, cantante e musicista scozzese, conosciuto soprattutto per essere stato uno dei principali cantanti del The Alan Parsons Project.

Chris, il cui vero cognome era Harley che però a inizio carriera cambiò in Rainbow per non essere confuso con l’allora famoso Steve Harley, era nato a Glasgow nel 1946; dopo aver militato nel 1972/3 in una band chiamata Hopestreet, ha fatto uscire tre dischi solisti tra il 1975 e il 1979, intitolati Home of the Brave, Looking Over My Shoulder e White Trails. Album che non hanno scalato le classifiche (infatti al giorno d’oggi sono molto difficili e costosi da recuperare) ma che hanno messo in evidenza una notevole dote di Rainbow nel riuscire a creare completamente da solo armonie vocali e cori composti da una moltitudine di voci.

foto di Andrea Grasso.

Il produttore e ingegnere del suono Alan Parsons e il suo socio compositore e tastierista Eric Woolfson, ovvero il duo a capo del The Alan Parsons Project, hanno evidentemente notato questa sua singolare caratteristica e, seguendo la regola che voleva non un cantante fisso ma per ogni loro album più vocalist ospiti in alternanza, meglio se poco conosciuti, hanno voluto Chris per due brani del loro album del 1979 Eve, uno dei quali (Secret Garden) è persino strumentale ma arricchito da Rainbow con un sottofondo di sue tessiture vocali in pieno stile Beach Boys.

foto di Andrea Grasso.

Da allora è stato sempre richiamato per gli album successivi del gruppo, sia come cantante principale sia per fare cori e armonie vocali da aggiungere a brani cantati da altri; tra i brani più famosi del Project da lui interpretati citiamo Days Are Numbers (The Traveller), The Turn Of A Friendly Card (Part I/Part II) e The Gold Bug; tra le meno famose (contenuta però nell’album più conosciuto, Eye In The Sky), vale la pena menzionare Gemini, in cui le doti vocali di Rainbow riescono a ricreare un’atmosfera magica e surreale che si sposa alla perfezione col breve ma intenso testo “cosmico”.

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Inoltre il “One Man Beach Boys” (che si potrebbe parafrasare come “l’uomo che ricrea I Beach Boys tutto da solo”), come lo chiamavano affettuosamente Parsons e Woolfson, ha collaborato, anche in veste di tastierista, con altri esponenti del genere rock progressivo, tra cui il gruppo dei Camel, Jon Anderson degli Yes e Ton Scherpenzeel dei Kayak, e si è cimentato come produttore di altri artisti scozzesi, tra cui i Runrig.

Ma dietro il cantante eccellente c’era anche una persona eccezionale: come lo stesso Parsons ha ricordato sul suo Facebook nell’annunciare la scomparsa del suo affezionato collaboratore, le sessioni dove c’era lui erano sempre piene di risate e divertimento, grazie ai suoi aneddoti esilaranti, imitazioni e frasi ad effetto.
Quindi, non un artista famoso, il cui nome probabilmente dirà poco anche ai più consumati esperti musicali, che però con la sua voce limpida e cristallina e i suoi cori dalle molteplici sfaccettature ha emozionato ed è sicuramente rimasto nei cuori di tutti i fan del The Alan Parsons Project.

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