IL PECCATO

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DI FABIO BENETTI

Sarà capitato anche a voi, che vivete in un’Italia da sempre cristiana prima che democristiana, di andare a confessarvi dal prete. Ora le dinamiche della confessione possono essere molteplici. Prima di tutto una domanda: da quanto tempo quel prete vi conosce? Potrebbe essere un frate anonimo che confessa occasionalmente dentro il confessionale di una chiesa qualunque. Potete in 15 secondi decidere di imbastire un colloquio su tutto quello che avete l’impressione che sia stato peccato da quando non vi siete confessati prima? Tenuto conto poi che l’assoluzione dai peccati riguarda sia il detto che il non detto, quanto volete rimanere dentro al confessionale?
Se solo si trattasse di quel cappellano tanto gentile che conoscevate da piccoli, quando frequentavate il patronato e lui giocava a ping pong con voi, allora sì che vi confidereste, perché sapreste che lui saprebbe non solo ascoltarvi ma anche dire la sua opinione e consigliarvi pure, e il peccato in se stesso perderebbe completamente il suo peso dentro la vostra immaginazione, ed uscireste dalla chiesa sollevati, leggeri, contenti di averla fatta, quella confessione, e di aver rivelato tutto, ma proprio tutto, quello che potrebbe essere classificato sotto il termine “peccato”: atti osceni più o meno pubblici, falsa testimonianza, e, per qualcuno, addirittura l’omicidio, tanto il prete è protetto dal segreto del ruolo che riveste.
La confessione rappresenta per molti la sostituzione della psicoterapia, che in tempi recenti fa la concorrenza alla missione secolare dei preti, anche se in quel caso c’è di mezzo lo scambio di denaro, che invece il prete non chiede.
Ma secondo voi, che cosa veramente è peccato? Quello che condanna il papa o quello che vi è stato inculcato dalla gente anche solo facendovelo intuire in tutti gli anni della vostra vita? E che importanza ricopre il senso di peccato qui ed ora per voi e per il vostro futuro?

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