TUTELA CRESCENTE: LAVORA 10 ORE E GLIENE PAGANO 5

SODDU

DI ANTONELLA SODDU

“Se ti va bene, è cosi, altrimenti ne trovo altri”. Ecco, per chi esulta, sono queste le tutele crescenti dello Jobs Act? Non saranno, piuttosto, decrescenti ? Vediamo un po’. Cinquanta anni, qualifica di escavatorista. Licenziato quattro anni fa, in mobilità in deroga da tre anni. Vincolato alla frequenza di corsi professionali mirati alla riqualificazione professionale e al reinserimento al lavoro. Da due anni non percepisce – causa ritardi nella ripartizione dei fondi da parte del Governo – l’assegno d’indennità di mobilità in deroga. Non si arrende. Cerca ovunque lavoro anche non riconducibile alle sue qualifiche professionali. Si arrende a chiedere un contributo economico al suo Comune di residenza in cambio di prestazione di servizio civico. Va bene. Finisce quell’esperienza, torna a inviare curricula, cerca in lungo e in largo un lavoro, ha famiglia da mandare avanti, un mutuo da pagare, poco gli importa, non lo aiuta, la riforma elettorale e del titolo V della Costituzione. È un operaio sardo, ma poco cambia, la sua storia rappresenta uno spaccato italiano, dove il lavoro pare diventato esser un diritto solo per alcune categorie, o per meglio dire, solo per una fascia d’età. A cinquant’anni, pur di lavorare e portare a casa uno stipendio, tutto va bene. Così riesce a trovare l’unico straccio di lavoro dopo anni, in un’azienda agricola.

Non è il suo campo, ma va bene, imparerà. È assunto in prova per una settimana come aiutante addetto alle corsie per alimentazione del bestiame. Un lavoro che inizia alle 4 del mattino fino alle quattordici del pomeriggio. Quasi senza pausa. Gli avevano detto che doveva usare i mezzi meccanici, ma sui mezzi meccanici ci sta poco o niente. Dieci ore di fila con pala in mano a spalare terra e sterco. Dieci ore di fila, effettivamente gliene pagano cinque. Insomma, i detrattori e fautori del cosiddetto Jobs Act, quelli che hanno esultato e l’hanno presentato come qualcosa che cambierà il mercato del lavoro anche grazie all’introduzione delle tutele crescenti, alla sparizione dei co.co.pro e quant’altro ancora, facciano un attento esame di coscienza.

Provino a fare un rapido giretto nelle aziende agricole, un po’ ovunque, nel cagliaritano per esempio, ove nei capannoni che prima erano adibiti a ricovero attrezzi e a deposito e lavorazione dei prodotti, oggi soggiornano lavoratori pakistani, indiani e, purtroppo anche, oggi, tanti sardi costretti ad accettare ogni sorta di angheria e umiliazione pur di portare a casa qualche euro per consentire alla famiglia di andare avanti. Ieri Papa Francesco ha fatto un discorso carico di significato. Ha parlato di “prostituzione delle cooperative”, ha lanciato ancora una volta un forte monito al lavoro nero, a chi sottopaga il lavoro. Parole che palesano ancora una volta la vicinanza di questo Papa alla difesa dei diritti dei lavoratori e più in generale di condanna verso lo sfruttamento del lavoro. Non ci sono parole dinanzi una storia come quella su descritta. Una storia dimostra come sono messe in atto vere e proprie azioni di sfruttamento e schiavismo. Siamo davvero tornati indietro di sessanta anni e più. Dovrebbe, chi ha pensato di risvegliare il mercato del lavoro con una legge che lo schiavizza, provare a spalare per dieci ore di fila e vedersene retribuire cinque, così da poter comprendere cosa davvero significhi guadagnarsi il minimo indispensabile per andare avanti.

Invece, signori, il lavoratore, oggi, è preso a schiaffi e umiliato da quello Stato che dovrebbe porre in essere iniziative atte a mettere i cittadini nelle condizioni di contribuire allo sviluppo economico/sociale del Paese. Se questo è il lavoro moderno, vi prego, fateci tornare nel Medioevo, almeno potremo sperare in un futuro migliore, perché allo stato attuale quelle che sono sbandierate come tutele crescenti altro non sono che il frutto di un sistema marcio, corrotto, spudorato e disumano.

Un’ultima cosa, l’azienda di cui sopra è una delle più grandi dopo la 3A di Arborea, nell’Oristanese. Così, giusto per capire la difficoltà degli imprenditori, anche agricoli, per andare avanti. Surclassati di tasse, sfruttano il lavoratore e mentre prima una probabile visitina dell’ispettorato del lavoro poteva metter fine a tutto, oggi questo tutto è legalizzato dal Jobs Act.