L’ISLAM SENZA FRONTIERE E LA FILOSOFIA DEL CALIFFATO

REMONDINO

DI ENNIO REMONDINO

Fenomenologia del Califfato, l’Islam che non vuole confini. La peculiarità delle società arabo-musulmane, tra ingiustizie, povertà, età della popolazione e cultura. E riflettere su cosa sono riusciti a combinare trentamila soldati mal addestrati in un Paese, l’Iraq, di trenta milioni di abitanti.

L’islam che è nato prima del concetto occidentale di Stato -allora esistevano soltanto imperi e principati, quindi possedimenti senza identità ‘nazionale’- molti di loto non accettano o si ribellano a chi ha imposto al mondo islamico quegli Stati e quei confini per lo innaturali e in parte blasfemi. I salafiti di Tunisi, degli islamisti di Bengasi, della Fratellanza Musulmana nel Sinai, dei miliziani del Califfato siro-iracheno, dei nigeriani di Boko Haram o anche degli adepti della Jemaah Islamiah in Indonesia, sostengono a argomentano in storia coloniale che l’Islam per sua natura non ha confini.

I gruppi citati in una recente analisi di Luciano Tirinnanzi su LookOut, condividono una medesima visione dell’orizzonte sociale e politico al quale -secondo loro- ogni comunità musulmana dovrebbe tendere per essere giusta davanti a Dio, e grazie a quella obbedienza primaria ad Allah, si possono giustificare i più barbari comportamenti, dal terrorismo alla guerra. In questa fase di frantumazione delle identità e della appartenenze, in molti degli Stati in cui l’Islam è dominante -Medio Oriente, Nord e Africa subsahariana- hanno conosciuto un’ondata di radicalismo religioso con molti tratti comuni.

Per le visioni radicali dell’Islam sunnita, vedere circoscritta la propria fede entro i confini stabiliti da potenze dominatrici straniere e subire un modello istituzionale imposto dall’Occidente non è solo sbagliato ma è bestemmia. Se si considera l’importanza dell’Islam e il suo profondo radicamento nelle società arabo-musulmane, ciò ha portato numerose popolazioni a percepire una crescente insoddisfazione e rabbia che -spesso unite a condizioni di povertà, sottosviluppo e sottomissione- si sono poi tradotte in sollevazioni popolari o in vere e proprie rivoluzioni. Islam da collante detonatore.

Più di uno storico serio propone di abbattere oggi le frontiere tracciate del Novecento. Occorre ammettere che molte delle linee di confine disegnate dagli Accordi Sykes-Picot e dai Paesi vincitori delle guerre del Novecento, sono state tracciate contro la volontà delle popolazioni locali e senza una chiara comprensione delle prerogative etniche delle comunità che si andavano a dividere. Per i Touareg libici o i berberi del Mali, ad esempio, i punti di riferimento sono ancora oggi le oasi e non certo le capitali o le frontiere segnate sulle mappe. Nel deserto non c’è modo di segnare un confine.

Il frutto di quelle spartizioni spesso assurde lo raccogliamo oggi. Quelle spartizioni oltre al disagio economico, che incide ben più della mancanza di diritti aiutano a far nascere fenomeni eversivi, scontri etnici e violenze, rivolti anzitutto all’interno delle comunità di appartenenza. Quindi, prima una vera e propria ‘lotta di classe’. Nella riscossa generazionale di una gioventù senza prospettive il Califfato si presenta come il mezzo per cancellare i confini imposti dal colonialismo europeo e creare un nuovo mondo panislamico, inteso come la prosecuzione delle volontà di Maometto stesso

Il modello estremista del Califfato ha avuto successo anche perché che ha puntato sull’istruzione dei giovani, dalla cultura all’addestramento militare. Pur ripresentando un modello antico, il Califfato viene così percepito come qualcosa di nuovo e diverso. Ed è anche in questo modo che le spregevoli azioni dei miliziani dell’Islamic State riescono a far presa su parte di nuove generazioni musulmane. Una parte certo minoritaria, ma non per questo meno pericolosa. Basti pensare a cosa sono riusciti a combinare trentamila soldati mal addestrati in un Paese di oltre trenta milioni di abitanti come l’Iraq.

Di fronte al vuoto istituzionale e all’incertezza sociali diffuse soprattutto in Africa e Medio Oriente, lo Stato Islamico ha dunque terreno fertile per attecchire e tentare di sostituirsi alle istituzioni che lo hanno preceduto, anche grazie -questo non si dice mai- a una buona amministrazione del territorio. Questo produce per gemmazione un ‘franchising del terrore che’, che anche se non ha connessioni dirette tra i vari nuclei appare un unico soggetto in molte parti del mondo islamico. Problema per l’Occidente senza risposte adeguate al fenomeno. Una maggiore capacità di ascoltare e conoscere?

http://www.remocontro.it/2015/03/02/l-islam-frontiere-filosofia-califfato-colonialismo-europeo/

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