ANNI ’90, 10 LIBRI PER CAPIRLI

DI AMLETO DE SILVA

E dopo i favolosi anni Ottanta, proviamo a  fare lo  stesso giochetto coi Novanta. Anni, da un certo punto di vista, sfortunati: la crisi si intravedeva tra i fumi delle battaglie di Tangentopoli, eravamo cretini uguale ma non godevamo delle attenuanti che avevano permesso al decennio precedente, se non di passare alla storia, almeno di non passare per fesso (e fesso, ammettiamolo, quel decennio lì lo è stato spesso e volentieri).
Insomma, i Novanta non sono stati né carne né pesce: un decennio fessacchiotto, visto da quella lontana provincia dell’Impero chiamata Italia. Andiamo a incominciare.

1) Oriana Fallaci, INSCIALLAH.
Vi giuro che l’ho letto. Giuro. E lessi, a suo tempo, anche Lettera a un bambino mai nato. Però, che vi devo dire (anche se ne ho già parlato in un’altra rubrica, mi tocca). Ogni volta che cerco di ricordarmi la prosa fallaciana, il mio cervello mi richiama invece la parodia che ne fece Michele Serra nel suo capolavoro: Mi strappai i capelli, morsicai la borsetta, mi rotolai per terra, diedi fuoco a due scaffali, estrassi una rivoltella e sparai tre colpi in aria, suonai una tromba, feci la cacca, mi congiunsi spasmodicamente con un negro, mi tagliuzzai un piede con una lametta. Poi pagai il conto. Giuro che mi sto sentendo male dalle risate.

2) Roddy Doyle, DUE SULLA STRADA.
Bello, bello, bello, come piace a me. Divertente, amaro, vero, intelligente, se proprio non vogliamo contare il fatto che Doyle scrive davvero bene ed è un piacere leggerlo. Non vi cito nemmeno una frase perché ogni volta che prendo in mano questo libro mi viene voglia rileggerlo, va a finire che me lo rileggo e poi a fine giornata mi accorgo che non ho combinato niente, a parte rileggere per la centesima volta lo stesso libro. E ciò, pare, non va bene.

3) Irvine Welsh, TRAINSPOTTING.
Scegli noi. Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina; scegli di startene seduto su un divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggerti il cervello e l’anima, a riempirti la pancia di porcherie che ti avvelenano. Scegli di marcire in un ospizio, cacandoti e pisciandoti sotto, cazzo, per la gioia di quegli stronzi egoisti e fottuti che hai messo al mondo. Scegli la vita. Beh, io invece scelgo di non sceglierla, la vita. E se quei coglioni non sanno come prenderla, una cosa del genere, beh, cazzo, il problema è loro, non mio.

4) Banana Yoshimoto, LUCERTOLA.
La sua voce era di una dolcezza incomparabile. Sono ubriaco e sto avendo un incubo, cercai di convincermi. Una variante della metamorfosi del brutto anatroccolo: un barbone che si trasforma in una donna bellissima. Non capendoci nulla, mi limitavo a registrare quello che vedevano i miei occhi. Signore, pietà.

5) Isabella Santacroce, FLUO.
Mia madre è una piacente young woman ben conservata e quasi in carriera con storie di frustrazioni da cornificazioni ripetute e il flippaggio più completo per ogni sorta di strano e miracoloso ritrovato anti radicali liberi. Cristo, pietà.

6) Chuck Palahniuk, FIGHT CLUB.
Io volevo solo dormire. Volevo piccole capsuline blu di Amytal Sodium, quelle da duecento milligrammi. Volevo quei piccoli proiettili rossi e blu di Tuinal, Seconal color rosso rossetto. E che je voi di’.

7) Bret Easton Ellis, AMERICAN PSYCHO.
Alle macchine per le gambe eseguo cinque serie di movimenti, replicate dieci volte. Per la schiena, altre cinque serie per dieci volte. Sulla macchina schiacciapancia riesco a fare sei serie per quindici volte. A me Bateman, più che farmi paura, sta tanto antipatico, e basta.

8) Nick Hornby, ALTA FEDELTA’.
Bella musica, storia a dir poco improbabile (se volete ne parliamo), gradevolissimo, divertente, ma insomma dopo un po’ è tipo cioccolato al caramello, che ti uccidi pur di non mangiarne ancora.

9) Peter Høeg, IL SENSO DI SMILLA PER LA NEVE.
Più che il libro, che come giallaccio è niente male, piacque molto il titolo, che i media italiani riuscirono a usare quotidianamente a sproposito per un paio d’anni. Poi smisero, ma solo per fare di peggio.

10) Niccolò Ammaniti, BRANCHIE.
Devo vomitare. Ho l’impressione di avere la pancia piena di murène. Forza. Alzati, allora. Da un sacco di tempo sono seduto sul cofano di questa macchina e sono tutto bagnato. Pulp, molto pulp. Pure troppo.

Una scena dal film “Trainspotting”