LO STRA-POTERE DELL’INFORMAZIONE

Cristiana Panebianco

DI CRISTIANA PANEBIANCO

Ovunque, colui che sa, possiede potere.
A soffermarsi sul concetto, è impressionante il numero di esempi che balzano nella mente.
Si pensi ad alcuni reati penali, come l’insider trading e l’aggiotaggio che puniscono l’utilizzo illecito di una informazione finanziaria o la diffusione di una informazione che, nella realtà, non esiste.
In entrambi i casi, il presupposto ineludibile è l’informazione, anche quella soltanto paventata, anche quella falsa.
Innumerevoli sono le direttive comunitarie che cercano di risolvere e senza grossi risultati ma, a riprova, dell’importanza fondamentale che riveste l’esigenza di gestione delle informazioni nella società.
E in ogni luogo, aggiungerei, specie nelle nostre teste. Anzi, specialmente in quelle.

E’ un tema davvero importante, troppo sottovalutato, specie nel nostro momento socio-storico dove tutto ci permette di essere informati.
Il problema è il come, però.

Rimango, quotidianamente, sconcertata, dalla diffusione di notizie inutili che mi verrebbe voglia di organizzare una class action o di chiedere un risarcimento per danno esistenziale così che, ormai, leggo poche cose e mi ritrovo, sempre più spesso, a fingere di ascoltare.

Potrei citare molte notizie, alcune estremamente divertenti. Pensiamo al gossip che ben potrebbe essere una deviazione della informazione, una rappresentazione macroscopica della banalità che, si sa, può generare danni e molti.

Dunque, mentre in alcuni paesi del mondo, la questione è, ancora, la carenza di informazioni, causa manipolazione dei potenti per qualsivoglia scopo, nei paesi “sviluppati”, il problema potrebbe essere la moltitudine di informazioni.
Spesso inutili, appunto, sbagliate, anche, di certo, si vivrebbe bene anche nell ’assenza.

Montanelli parlava di selezione e di rigore, di una compulsione al controllo delle informazioni per amore di una sola cosa: la verità che, di certo, è sempre un lusso, mai un affare, in alcuni casi uno spreco ma, comunque, indispensabile.

Se si ritiene che è la cultura l’unico vero strumento di cambiamento positivo e che le menti, a tutte le età, sono spugne, si può ben comprendere che coloro che fanno informazione, cosa non facile, sono chiamati ad un compito tremendamente difficile.

Ho sempre pensato che la vera rivoluzione sia quella culturale che è la più difficile e la più lunga, quella che necessita delle più strutturate sinergie tra la scuola, le istituzioni e chiaramente, i mezzi di comunicazione.

Bisognerebbe che tutti fossero legati da un unico principio, la verità che diventerebbe, così, l’unica forma di censura, anzi, di auto censura.
Sarebbe una società perfetta e, dunque, impossibile ma giacchè siamo chiamati agli sforzi, non si può non camminare accanto alla verità, che, sempre, rende liberi.

Libertà e verità, infatti, fanno parte di quel diritto naturale che non ha cittadinanza specifica, è una categoria vuota, di kelseniana derivazione, che ci regala un’altra libertà: quella di riempirla di contenuti.
Tale “riempimento” rimanda ad un altro principio sacrosanto: la coscienza. Allora verità, libertà e coscienza risultano i pilastri fondamentali per ciascuno di noi.

Non credo che un buon giornalista sia solo colui che racconta i fatti, non si può essere delle macchine da presa per l’evidente ragione che i fatti sono molteplici e l’unico modo per racchiuderli tutti è raccontare tutte le realtà evitando parzialità e visioni miopi.

Senza dimenticare che dietro qualunque fatto si nasconde una umanità a cui sempre bisogna mirare.
Il mio professore di procedura civile ci diceva che un arbitrato funziona, a parte le regole che lo sottendono, se l’arbitro, oltre ad essere tale, è anche un uomo e, prima di tutto, un uomo giusto.

Io credo che ciò sia valevole sempre ed in ogni situazione.

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