“L’AMBASCIATA DI CAMBOGIA” E TUTTO IL MONDO DI ZADIE SMITH

Leonardo Iattarelli

DI LEONARDO JATTARELLI

C’è un po’ tutta la sua letteratura nell’ultimo “L’ambasciata di Cambogia”; il suo multiculturalismo la Londra dove è nata, crocevia di razze e culture le più diverse, la sua visione metropolitana della modernità ma soprattutto una lettura a metà tra il mistico e il realistico del mondo che abitiamo. Zadie Smith, la quarantenne scrittrice di padre inglese di Brent e madre giamaicana, per diverso tempo nelle hit con il suo primo “Denti bianchi” e poi con “On Beauty” a Roma per “Libri Come” presenta questo breve romanzo fitto di interrogativi esistenziali e sociali, religiosi e politici.

L’abbiamo incontrata alla Mondadori che ne edita il libro, t-shirt gialla e turbante rosso porpora, affascinante. Confessa di amare Elena Ferrante, su tutto: «A New York dove abito e a Londra sono ossessionati dalla sua scrittura. A me colpisce non solo la sua letteratura ma la sua figura di donna e di intellettuale che parla di femminismo in modo intimo, onesto. Mi ricorda tutto ciò che c’è di bello in una donna che scrive e lo fa senza vergogna».

Le somiglia in parte Zadie Smith, che si mette a nudo in questo “L’ambasciata di Cambogia” (presto diventerà un film con produzione Usa) attraverso la sua protagonista, Fatou, ragazza che dalla Costa d’Avorio trasmigra in Ghana e poi in Libia e ancora in Italia e infine a Londra dove lavora presso una famiglia borghese come domestica. Il suo amico Andrew la indottrina, le parla di Cristo e del cattolicesimo, del significato del dolore e della cancellazione dei peccati tramite il battesimo ma anche della tragedia di Hiroshima delle politiche dell’Uomo Forte nigeriano («In realtà è lui quello debole. Ma se vede che tu vedi la sua debolezza, non gli resta che distruggerti. Questa è la vera tragedia» scrive Smith).

Queste sue 70 pagine sono sempre in bilico, involontariamente, tra apertura all’altro e difficoltà di comprendere fino in fondo quali sono i confini entro i quali possiamo permetterci di inglobare il vivere altrui. «E’ così, proprio così – risponde -. Qual è lo spazio della vita privata e di quella pubblica? Duecento anni fa le notizie erano unicamente “locali”: Roma, Venezia, Parigi. Oggi sono diventate globali e immediate, sappiamo cosa succede in ogni parte del mondo ma in che misura il “tutto” ci appartiene? Non so dare una risposta».

E dal punto di vista religioso? «La scrittura contemporanea non affronta seriamente il problema. Fatou nel romanzo è una credente cattolica ma non è detto che io sia d’accordo con tutto ciò che pensa». Il multiculturalismo di cui è intriso il libro porta a chiedere a Zadie Smith il suo punto di vista sul dramma dell’immigrazione oggi e la sua visione è chiara perché è esperienza di vita: «Sono stata più volte in visita ai centri di accoglienza londinesi e ho cercato di ascoltare le grida di aiuto di questa gente che patisce la fame da secoli. Tutto noi ne abbiamo colpa. Bisogna migliorare le condizioni di ognuno di loro e legiferare in modo diverso». È un caso che la sua Fatou cerchi di entrare di nascosto, quando può, in un centro benessere? «Fatou “ruba” ciò che socialmente non le spetta: nuotare in una piscina è il suo lusso. La ricetta per la felicità è lavoro e amore e lei non possiede nessuno dei due».

Una volta Zadie Smith era una liberal, lei sorride: «Ma lo sono ancora. Soltanto che da giovani tutto è più netto: potere uguale orrore e crudeltà, poi vai avanti negli anni e capisci che sono realtà oggettive, che il debole sarà costretto ad essere dominato ma ciò non vuol dire diventare dei conservatori. C’è solo bisogno di leggi che contrastino l’istinto umano, che combattano l’avidità e l’abuso di potere. L’Europa può fare ancora molto, può regalare sicurezza e ammortizzatori sociali».

Il volto della scrittrice si incupisce quando le parliamo di Isis e del connazionale Jihadi John, il boia londinese: «Viveva nel mio quartiere. Cosa posso dire? Credo che ciò che unisce questa gente siano narcisismo, misoginia, fanatismo, ideologia e stupidità. Ma Londra non c’entra, è un fenomeno globale». ( Il messaggero)

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