PROSTITUTA COL PANCIONE E I CLIENTI FANNO LA FILA

Daniela Spalanca

DI DANIELA SPALANCA

È tutte le sere lì, vicino ad un lampione e tante macchine sfrecciano davanti a lei, poi si fermano e inizia il suo lavoro, quello di sempre, quello che impedisce ad una donna di essere padrona del proprio corpo nonostante sia proprio lei a venderlo, spesso costretta da malfattori senza scrupoli che si arricchiscono alle sue spalle, lasciando a lei il minimo per sopravvivere. Se poi la ragazza oggetto del desiderio ha il pancione e porta in grembo il suo bambino, allora il “fenomeno da baraccone” diventa ancora più appetibile e le perversioni di tanti uomini aumentano.

Non è una storia inventata ma è successo davvero ad una ragazza rumena costretta a prostituirsi in una zona degradata  alle porte di Torino, una delle tante dimenticate e anzi bistrattate dalla gente che conta, quella perbene che magari non è escluso che poi aumenti il numero dei clienti del sesso. La giovane ha un pancione evidente e pensava addirittura di non poter più lavorare come prostituta.

In realtà per i suoi  “protettori” è diventata una miniera d’oro perché tanti uomini sembrano gradire il suo stato interessante che ne aumenta la sensualità.

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La caricano in macchina, furtivamente, facendo attenzione che nessuno li scopra e poi prendono tutto di lei, quel corpo ancora più sinuoso per il pancione che ai loro occhi diventa perversione ma che la rende  una mamma come tante ma non fortunata come tante altre mamme, coccolate dai mariti e dalla famiglia, in giro per negozi a comprare tutto ciò che servirà ad accogliere il neonato a casa.

No, a lei vengono riservate solo percosse e ferite, urla trattenute e magari l’obbligo di far sembrare che quell’amplesso sia piacevole anche per lei. Indignarsi ormai sembra inutile, arrabbiarsi impossibile perché non esiste un luogo fisico o una sola persona contro cui farlo, nutrire la speranza che qualcosa cambierà risulta forse inutile. Davanti a storie simili si può restare solo in silenzio, per rispetto soprattutto di quel bambino o bambina che forse non nascerà nemmeno per lo stato di rischio al quale viene continuamente, tutte le notti, sottoposta la ragazza.

«È solo un’attrazione da sfruttare finché dura, fino a che – ha raccontato al Corriere della Sera suor Eugenia Bonetti, presidente dell’associazione Slaves no more – non sarà in grado di soddisfare le aberranti fantasie. Una mamma poco più che bambina, senza preservativo. Prestazioni non protette che rischiano di infettare con lei e il bimbo che porta in grembo. Di storie come questa ce ne sono tante  e le  prostitute sono trattate come schiave. A volte lavorano fino a pochi giorni prima del parto, con turni massacranti per soddisfare le numerose richieste. Per alcune di loro, però, la maternità segna un cambiamento: trovano il coraggio di scappare e anche di denunciare. In molti casi sono proprio i bambini a salvare le loro mamme».

Molte si salvano, forse è vero, tante muoiono o continuano a vivere morendo tutte le sere non appena un cliente pretende un amore malato e perverso solo perché ha i soldi per comprarselo. Poi ritorna a casa, come se nulla fosse, come se dentro quel pancione non ci fosse un bambino ma solo un oggetto che ha reso più appetibile il suo “giocattolo del sesso”.

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