EVVIVA LA CELLULITE

Cristiana Panebianco

DI CRISTIANA PANEBIANCO

Ritorno a cenare nella trattoria simbolo dei miei anni universitari nel cuore di questa Roma più malandata che mai: non sono poi cambiate chissà quante cose, il problema vero è che sono esponenzialmente peggiorate.

Di fronte a me c’è una ragazza mora in carrozzina che mangia i tipici e famosi rigatoni fumanti insieme al suo uomo. Una bella mora direbbe un mio amico veronese, formosa, grandi occhi verdi e molto felici. Parla del suo lavoro, a tratti a voce alta e lo so che non si fa ma ascolto: lavora come volontaria in un centro di recupero per tossicodipendenti mentre aspetta i risultati del concorso a cui ha partecipato più di un anno fa.

Esattamente accanto al suo tavolo c’è un’altra donna, una nota attrice degli anni 80/90 che mi guarda insistentemente.

Mi chiedo perché. E’ sola.

Gli occhi sono spenti, i capelli rovinati da troppe voglie di metamorfosi, il viso è un concentrato di ogni sostanza possibile iniettata dalla mano di qualche improbabile chirurgo. Eppure era una bellissima donna. Me la ricordo. L’ho visto qualche suo film. Non era bella perché giovane ma perché naturale nei suoi difetti esattamente come la ragazza in carrozzina difronte a lei. Seguita a guardarmi. Continuo a chiedermi perché. Domando a chi mi siede accanto se c’è qualcosa che non va in me, magari sono i capelli attorcigliati nei miei improbabili chignon a destare tanta attenzione oppure saranno le mie occhiaie, oggi che non ho usato la minima traccia di trucco.

Ho capito: è il gonfiore palpebrale che, da anni, mi regala la mia tiroide troppo accelerata. Di sicuro è quello, mi dico.

Mi rassicurano: sono a posto. Non ho nulla di strano. Eppure l’attrice continua a guardarmi. Costantemente. Mi irrito ma non posso dire nulla. Faccio finta di nulla. Anche se non è mica buona educazione fissare in quel modo una persona che non si conosce (ma anche se si conosce) e specie in un ristorante.

Ad un certo punto si alza. Non ce la fa più.

Viene verso di noi, sorridendo si accosta al tavolo e mi dice:”Scusa ma non posso andare via senza chiederti una cosa, ci diamo del tu tanto figurati se non mi conosci e poi sei giovane. Ma non so se posso farti questa domanda davanti ad altre persone, se vuoi ci appartiamo.”

Le dico che può chiedermi ciò che vuole perché sarà, di certo, importante considerato che continua a guardarmi così insistentemente da mettermi anche a disagio.

Non mi fa finire la frase e mi chiede: “Chi è il tuo chirurgo estetico?”

Rimango in silenzio per qualche minuto.

Inavvertitamente guardo la ragazza in carrozzina che mi sorride e quella immagine mi conforta. Le sorrido anch’io.

“Guarda lo so che non si dice ma ti prego dimmi chi è” continua imperterrita, afflitta, quasi disperata come se dalla mia risposta dipendesse la sua vita. “Ne ho due di chirurghi e al momento sono a Perugia – le dico con tono sinceramente serio – se vuoi ti posso dare il loro numero telefonico. Sono i miei genitori.”

Scoppia a ridere. Non ci crede. “Ma dai” mi dice.

Poi si avvicina a me e comincia a scrutarmi il viso, gli occhi, la pelle e mi domanda se, per caso, ho la cellulite. “Si ce l’ho la cellulite – le dico e mi piace pure.”

A quel punto, però, mi alzo e la lascio impalata al mio tavolo: ho preferito andare a scambiare due chiacchiere con Mario, il proprietario. Ero attonita. Quanta solitudine c’è in alcune persone? Quanto male hanno fatto certi modelli sociali? Ma sopratutto: quanta vita si è persa questa donna? Secondo me è una vita che non si abbraccia.
Ps: evviva la mia cellulite.

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