MONI OVADIA, LA GRECITA’ DI SYRIZA E L’EUROPA DEI CRETINI

DI ARGYRIOS ARGIRIS PANAGOPOULOS

“Qui parliamo la lingua della libertà, dice Eschilo. Questa lingua insegna all’Europa di oggi la Grecia democratica di Syriza”, ha detto Moni Ovadia, l’attivista, attore, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante italiano di origine ebraica che ha recitato poesie di Yannis Ritsos nella “Cantata Greca” presso la Fondazione Michalis Kakogiannis, Peiraios 206 ad Atene.

Salomone Moni Ovadia è un vero cittadino del mondo, con doppie radici greche, progenitori grecofoni da Salonicco e Smirne. È nato a Plovdiv in Bulgaria per trovarsi subito dopo a Milano in Italia. Uno dei più conosciuti artisti italiani della musica folk e protagonista di produzioni indipendenti.

Dichiaratosi agnostico nel 2013, abbandona la sua comunità ebraica di appartenenza a causa delle atrocità di Israele contro il popolo palestinese e lo squallore di Berlusconi presentatosi come una vittima analoga dell’Olocausto.

Nelle elezioni per il Parlamento Europeo del 2014 è stato eletto nella circoscrizione dell’Italia nordoccidentale con la lista “L’Altra Europa con Tsipras”. “Sono attivista, non posso fare il politico e per di più quando la sopravvivenza di tante persone dipende dalla nostra compagnia teatrale”, diceva quando abbiamo cercato di convincerlo ad andare nel Parlamento Europeo.

Doveva essere una intervista. La passione di Moni per la Grecia, la letteratura e la poesia neogreca, il rembetiko, le lotte del popolo greco contro gli occupanti, la dittatura, dei Memorandum e della Troika e la sua ammirazione per Syriza hanno trasformato l’intervista in una vera conferenza. Parlava e si fermava per leggere poesie di Ritsos e cantare qualche rembetiko. La sua romiosini e la sua sinistra si descrivono meglio con la continuità di una racconto.

Posso dire che è una vita che faccio studi e organizzo spettacoli che si basano sulla poesia di Giannis Ritsos. Devo recitare due suoi poemi, “La Quarta Dimensione”, tratto da una sua grande raccolta composta da diciassette poemi intitolata “La Sonata del chiaro di luna” e l’altro è “Delfi”. Sono due poemi che racconto metà in greco e metà in italiano. Cambio continuamente la lingua.“La Sonata del chiaro di luna” ha un assetto classico con musica di Beethoven. È Ritsos che aveva previsto questo,infatti introduce molte volte i suoi poemi con una specie di descrizione iniziale dello scenario.Nel poema “La Sonata del chiaro di luna”, una donna parla ad un interlocutore muto. C’è un giovane che la ascolta. È una donna che parla raccontando di sé, della decadenza di questa casa in cui ha sempre vissuto, delle sue delusioni, del disfarsi della sua vita, degli anni che sono passati, delle sue ambizioni che se ne sono andate. Racconta le sue delusioni, gli amori che non ha avuto. È una donna anziana che è stata una bella donna ma è ormai sfiorita, le illusioni se ne sono andate, lei è rimasta sola in questa grande casa cadente con le pareti che si scrostano. Ricorda le sue ambizioni letterarie, i libri che aveva pubblicato.Comincia così il poema che Moni legge perfettamente in greco:

“Lasciami venire con te. Che luna stasera! È bella la luna, non si vede che sono diventati bianchi i miei capelli. La luna farà diventare dorati di nuovo i miei capelli. Non lo capirai. Lasciami venire con te…”.

C’è un pezzo a parte che è dedicato ad un’orsa. Parla di un’orsa che passava vicino alla casa e dei suoi passi. Quest’orsa è un po’ l’umanità sconfitta. La sconfitta di un tempo, la decadenza.  Un poema straordinario. C’è un giovane che la ascolta ma non parla mai. È una presenza muta.

Leggo i due poemi senza fare movimenti. È una lettura. Non c’è possibilità di scenografie con la crisi. L’ultima volta che ho recitato “La Sonata del chiaro di luna” c’era una ballerina con il pianista che danzava nello spazio e c’era anche una proiezione della casa di questa donna, in 3D.

Il secondo poema è “Delfi”. Un vecchio custode delle rovine di Delfi che verso il tramonto parla al giovane custode. Ma, di nuovo, l’interlocutore è muto. Non dice niente. Vedi, lui dice che oramai nessuno capisce più niente. Questi turisti vanno e vengono. Tutto questo mondo vive in modo distratto la bellezza delle statue, la loro anima, la pietà che ispirano. Tutto questo oramai se ne è andato. Tutto viene fatto in modo frettoloso. Racconta la sua amarezza. La sua stanchezza.

Moni riprende a leggere in greco :

“Mi sono stancato, oggi. Tanto”. Cosi comincia il poema. Racconta la sua stanchezza che non è solo fisica. Racconta la sua stanchezza al tramonto.

“Mi sono stancato tanto, oggi. Vedi, anche questo caldo.  Tutti questi anni mi sono stancato. Dal museo al teatro, dal teatro allo stadio e dopo al contrario. Mi sono stancato ad indicare senza che vedano, che parlino, che sentano. Forse perché sono vecchio. Ma lo so, non sentono niente neanche da te, anche se guardavano le tue labbra. Forse ti hanno ascoltato di meno perché ti guardavano con attenzione. Sono stanco…”.

Racconta questi luoghi che conosce punto per punto. Li conosce, li sente, li ama. Vede quanto tutto sia effimero. Proprio con tutti questi turisti che non capiscono niente.  È di una bellezza!

Il poema “Delfi” sarà accompagnato da una musica di xasapiko minimalista, scritta da un eccellente compositore, Enrico Piero Millesi.

Questo monologhi di Ritsos mi piacono tantissimo. Sono eccezionali. Ho fatto anche altre rappresentazioni con i suoi poemi, come nel 1992 a Cibellina, nell’anniversario dei 25 anni dal terremoto del Belice. Ho letto poemi di Ritsos tradotti in dialetto siculo. È come se avessi incontrato una sostanza, una profumo di vita. Il modo in cui descrive i suoi versi mi ha veramente sconvolto, come mi ha sconvolto la sua vita. Tutta la sua militanza comunista, la sua passione politica senza cadere mai nella trappola del fanatismo e della burocrazia.  Tutto quello che muove Ritsos è un incredibile umanesimo. C’è un amore per l’uomo, le cose, la natura. Se uno pensa anche a quello che ha passato, quanti anni trascorsi tra campi di concentramento e prigioni. È stato a Makronisos, poi le prigioni e il confino. Anni e anni. Crocetti mi ha raccontanto tanto di Ritsos, che era un suo grande amico intimo, suo testimone di nozze. Ho amato tanto “Epitafios”, “Makronisos”, “Quarta dimensione”. Ho letto di lui tutto quello che ho trovato. Non c’è una parola di odio nelle sue poesie. Mostra quanto è fragile l’umanità. Coglie la sua fragilità. Malgrado le torture e la violenza che ha subito, quello che i suoi occhi hanno visto. Rappresenta l’umanità che abbiamo perso e non esiste più.

Nicola Crocetti mi ha raccontato anche un storia che ho messo nel libro. Una volta è andato a bussare a casa sua uno dei suoi torturatori più terribili. Si vede che aveva letto un suo libro, aveva avuto una crisi di coscienza ed era crollato in ginocchio. Lui gli ha detto semplicemente alzati e questa persona è entrata a far parte della sua cerchia di amici. Aveva una umanità che si sente nelle poesie.

Ti leggo solo questo pezzo che è il mio preferito. Solo questo. Questo pezzo sull’orsa, l’umanità ferita, che, vecchia ormai, tenta di alzarsi sui suoi piedi per divertire i ragazzini.

E Moni si mette a leggere in perfetto greco:

Molte volte nell’ora che si fa buio ho la sensazione che fuori dalle finestre passi l’uomo con l’orsa, con la sua vecchia pesante orsa. Con la sua lana piena di spine e cardi. Alzando la polvere nella stradina del quartiere, una nuvola di polvere nel deserto che incensa il crepuscolo e i ragazzi che sono tornati alle loro case per la cena e non li lasciano uscire di nuovo fuori. Solo che dietro i muri indovinano il passo della vecchia orsa. E l’orsa cammina. E l’orsa stanca cammina con la saggezza della sua solitudine senza sapere per dove e perché. Si sente pesante, non può ballare ormai con le sue zampe di dietro. Non può mettersi più il suo pizzo, il suo berretto per divertire i ragazzi, i fannulloni, le persone esigenti. E l’unica cosa che vuole è sdraiarsi sulla terra lasciando che i ragazzi camminino sulla sua pancia giocando così l’ultimo suo gioco, mostrando la sua terribile forza di rassegnazione, la sua disobbedienza agli interessi degli altri, negli anelli delle sue labbra, al bisogno dei suoi denti, la sua disobbedienza al dolore e la vita con la sicura alleanza della morte persino di una morte lenta”.

Questo è Ritsos. Ti sconvolge. L’umanità sconfitta che osa rimettersi in piedi malgrado il dolore.

Mi sembra che paradossalmente oggi abbiamo un bisogno vitale della poesia di Ritsos. Dobbiamo ritrovare la nostra umanità. Come questa che aveva Ritsos. L’umanità che non è disposta a cedere, malgrado le violenze, le sconfitte. Che sa rialzarsi e continuare. Non si ferma. Questo sento in lui. Uno che non ha abbandonato la celebrazione dei valori della persona, dell’essere umano, ma anche della vita degli animali. La brutalità che vivono, a volte. E lui dice che dobbiamo riprendere a comminare.

Ho dedicato molti anni di studi appassionati alla cultura greca e alla storia neoellenica. Molti non conoscono i travagli della Grecia. La Grecia è il cuore dell’Europa. Una storia così terribile, visto che è riuscita a rialzarsi nonostante le dittature, la violenta repressione, la terrificante guerra e subito dopo la guerra civile.

Nella sua cultura e nella sua ricchezza espressiva ci sono tutte queste cose. La lingua popolare ha tremila anni di storia all’interno della stessa lingua. Dall’antico greco, che rappresenta la fibra della lingua, alla lingua alessandrina. Lo percepisci fino ad arrivare alla lingua borghese per arrivare poi alla lingua popolare con tutte le sue ricchezze. Una tra le lingue più commoventi che ho studiato. Per venti anni andavo ogni estate in Grecia. Non andavo al mare. Andavo nei cafeneio e mi sedevo per ascoltare le storie dei vecchi. Avevo una grande passione per la musica e la storia greca. Il rembetiko prima di tutto, con la catastrofe e l’arrivo dei profughi, che si stabiliscono smarriti nei loro messaggi. Papaioannou, Tsitsanis, Mpellou, Bambakaris. Non mi manca niente. Ho ascoltato e ho amato follemente questa musica. Anche perchè il mio bisnonno era di Salonicco. Le mie origini provengono dagli ebrei levantini. Dopo siamo finiti in Bulgaria. Mia madre cucinava ricette di Salonicco. Ho dentro questo mondo grazie alla mia famiglia. La bellezza e la grandezza della cultura neoellenica hanno rappresentato una delle mie grandi passioni. Mi sono occupato della cultura neogreca e  di quella ebrea dell’Europa orientale, la cultura yiendis. La Grecia è parte della mia vita, una seconda patria, una patria dell’anima. Tutto quello che succede in Grecia mi tocca. Quando qualcuno vuole fare male alla Grecia sento che mi ferisce personalmente. Ho una mia Grecia dentro il cuore.

Oggi la Grecia è il punto avanzato di Europa. Incarna l’Europa che doveva essere. Non l’abbiamo costruita perché siamo stupidi, burocrati, vili, avidi, opportunisti. Quando vedo questi due leader, Tsipras e Varoufakis, dico, finalmente due giovani e coraggiosi uomini in una Europa che non ha capito niente, una Europa che pensa con una mentalità bassa, piccola. Hanno tentato di imporre in Grecia quello che è stato rifiutato dagli elettori. Come possono essere cosi cretini? Allora le elezioni non valgono niente. Se domani i tedeschi votassero qualcos’altro, andrà la troika per dire loro che devono fare? Lo imporranno quattro burocrati della troika?

Vedi con che coraggio e forza questa leadership della nuova Grecia vuole risorgere e in questo modo aiuta a risorgere tutti noi. Ovunque mi trovi non smetto di gridare una sola cosa : “Dobbiamo fare come la Grecia. E come i compagni spagnoli”. Vedo la Spagna. I nostri compagni. Questo è il futuro. Il resto è passato. Spazzatura. Non possono umiliarci. Il popolo greco è risorto con Syriza, ha superato la paura e i ricatti. Anche se il mio greco si è arrugginito, molte volte mi sembra di sentirlo! Mi sento anch’io come un greco! Tu puoi capire quello che ti dico. Ci sono tre parole greche che te lo fanno sentire, romiosini, ellenismo e grecità.

Puoi interiorizzare la sensazione che sei greco. Lo spiega Ritsos. Non importa se sei nato o vissuto in Grecia. Puoi essere nato in Grecia e non avere cultura, sentimenti, puoi vivere per il consumismo. Per vivere questa particolare sensazione di romiosini – grecità devi appartenere a questa cultura. Può sentirla solo chi ha una passione per questo Paese e per tutto quello che ha offerto al mondo. Vedi le musiche. Non vedi in nessun altro paese un popolo che balla le musiche tradizionali.

In Grecia ho visto bambini danzare insieme ai loro nonni. Trovami un altro paese in Europa in cui succeda questo. Trovami una festa di Paese in cui  tutti si alzano a ballare. In Italia lo sai che non esiste. Non parlo dei paesi del nord Europa. Ero nella festa di un paese quando è cominciato un zeimpekiko e ho visto un ragazzino, che aveva tre, quattro anni che si è alzato a ballare con suo nonno. La Grecia per me non è solo retorica. Non è solo politica. È passione e umanità. Musica e storia. Racconto.

Nicola Crocetti mi ha raccontato tante storie. Nicola ha fatto tanto per la cultura neogreca. È stato lui a pubblicare Ritsos, Kavafis, Seferis, Elitis.

Ora preparo una rappresentazione con l’opera di Eschilo “Le supplici”, che porterò nell’antico teatro di Siracusa. Non lo faccio in italiano. Userò come fatto politico la lingua popolare greca con traduzioni in dialetto siculo. Mescolerò le due lingue. La rappresentazione sarà il 15 maggio. Utilizzo la lingua popolare greca per un semplice motivo politico. “Le supplici” forse è l’unica tragedia in cui si utilizza la parola “democratousa”. Per la prima volta viene utilizzata la parola “democrazia” per il pubblico di un teatro. Durante l’opera si dice che:”Qui noi parliamo la lingua della libertà”. Oggi la Grecia democratica di Syriza insegna questa parola a tutta l’Europa.

Moni Ovadia