QUANDO LA VITA ERA ALTROVE

DI TIBERIO TIMPERI

Ho sempre pensato che la vita fosse altrove. Quando ero a Roma, Milano, poi di nuovo a Roma. Ma non a Firenze. L’epifania si palesa alle 4 e mezza del mattino. Quando, nel silenzio di San Frediano, salgo in auto e parto verso Roma. Firenze, sin dai tempi di Stefania, è stata sempre generosa con me. Parto all’alba. Da tanto non facevo così. Dai tempi dei Tg4, di quando vivevo a Milano. Di quando ero felice senza saperlo. Partivo a mezzanotte, finito il Tg. Vent’anni fa il treno impegnava ancora cinque ore abbondanti per fare Milano-Roma. L’auto era una scelta obbligata. Mi piaceva quel rito. Caffè. Autogrill. Acceleratore giù per arrivare a Roma e godere di brandelli di amicizia. Assurdi duelli in autostrada. Oggi non viaggio più in corsia di sorpasso. Disciplinatamente, mi piazzo sui 120. Ho smesso di sfanalare. A quattro chilometri da Arezzo, restringimento di carreggiata. L’uomo col berretto nero in testa e la divisa arancione, è curvo sul pianale del camion. In lenta retromarcia, raccoglie i coni dall’asfalto. Penso che sabato mi peserà di meno alzarmi alle 4 del mattino e l’aria condizionata dello studio sarà più accogliente della pioggia che mentre mi culla, inzuppa l’ignoto milite in divisa catarifrangente.

È ancora fresco il ricordo della giornata passata ieri a Milano. Milano che non cambia mai. Milano e le sue donne sempre perfettamente curate. Milano e quella sua gente sempre di corsa. A parte qualche cantiere, è sempre Milano. Un pranzo con un amico, Carlo, che con i suoi capelli venati di bianco ti ricorda che da quella vacanza a Panarea sono passati venti anni. Così, tutti insieme. E in fretta. Ma il sorriso, l’entusiasmo e l’affetto, sono quelli di sempre. Tra un boccone e l’altro, la notizia di un altro amico strappato al volo e per caso dalla signora con la falce grazie ad una visita di routine. E dentro di te, rabbrividisci chiedendoti chissà chi sarà il primo di noi ad andarsene. Scura è la notte, forse perché l’alba è più vicina. Papà mi diceva sempre di non viaggiare di notte. E adesso che non c’è più vorrei tanto dirgli che aveva ragione. Forse sto invecchiando. E la memoria, i ricordi, sentenzia il mio amico Massimo, stanno lì a testimoniarlo.

Come la facilità a commuovermi. Basta una canzone. Mi accompagna una radio scoperta per caso. Radio Blu, 91.70. Per noi che veniamo dalla radio, la frequenza è importante. Quasi un riflesso condizionato. A filo di sintonia arrivo fino a Val di Chiana con Pink Floyd, Al Jarreau e una valanga di musica così bella che mi fermerei in autostrada pur di non perdere magia e segnale. 5.40. La notte è meno scura. I chilometri scorrono placidi. Non c’è fretta. Ho sempre avuto fretta. Ma adesso che il passato pesa più del futuro, mi accorgo che non serve correre. New Trolls. La lacrima è in agguato. Manca anche a me, quella carezza della sera. Ma adesso tocca a me farla. E quando posso, è un mio personale e privato piacere mentre Daniele dorme tranquillo sognando una famiglia normale che non sono riuscito a costruire. Il mio più grande insuccesso. In radio si affacciano Withney Houston e Demis Roussos. Chissà dove sono e se cantano assieme a Frank Sinatra. Tutti grandi pronti ad essere rimpianti, dimenticati e poi ricordati. Forse.

E penso che sto iniziando a vivere il mio lavoro, la mia passione, con maggior disincanto e distacco. Se la tv può fare a meno della Carrà, figuriamoci di me. Quello che fino a ieri mi appassionava e divertiva, oggi mi lascia indifferente. Mornin, Al Jarreau. Ormai si è fatto giorno e Roma è alle porte. Il lento fluire dell’alba lascia il posto all’adrenalina e al nervosismo dei forzati del raccordo anulare. Le distanze tra i paraurti si riducono. Inutilmente. Pericolosamente. Penso che ho perso dieci anni, tra avvocati, denunce, testimoni e giudici.

Dieci anni che non torneranno mai più. Ma all’epoca ero altrove. Forzatamente. Stupidamente. Papà diceva sempre che la vita è un’accelerata. Sento di dover rallentare sperando di avere il privilegio di invecchiare bene. Sento di aver bisogno di persone amiche. Sincere. A cui voler bene. Perché il ricordo dell’amore dato, lasciato e sparso è l’unica cosa per cui valga la pena vivere, anche se è meglio non chiedersi che senso abbia tutto questo. Scendo dal raccordo intasato.

Pochi minuti e la rampa del garage è a portata battistrada. Biily Joel ha appena attaccato New York state of mind. Spengo il motore. Ma non la musica.

Ho 50 anni e non penso più di vivere altrove.