UNA BANALE VERITÀ

GILIOLI

DI ALESSANDRO GILIOLI

Oggi mi tocca scrivere una banalità. Più del solito, intendo.

Ma tocca scriverla per via di quello che si sente dire in giro dopo la notizia delle 79 mila assunzioni a tempo indeterminato. Di cui ieri erano strapiene le tivù e oggi i giornali. E che nella coscienza comune sono state messe in relazione con la flessibilizzazione dei contratti di lavoro del Jobs Act.

Ecco: i dati si riferiscono al periodo gennaio-febbraio 2015. Il Jobs Act è entrato in vigore il 7 marzo. Le due cose quindi non c’entrano una mazza l’una con l’altra. L’aumento di assunzioni è invece il frutto di un’altra (peraltro benvenuta) decisione del governo Renzi: cioè gli sgravi fiscali per le imprese che assumono nel 2015. Che ha convinto le aziende a sostituire vecchi contratti (ad esempio di collaborazione continuativa) con nuovi contratti a tempo indeterminato, perché più convenienti. Il che, ripeto, è una buona cosa, intendiamoci.

Perché è importante dirla, questa banalità? E perché quindi è importante sottrarla al dibattito spicciolo pro o contro Renzi?

Perché da parecchi anni spadroneggia una tesi – maggioritaria nei media e nella politica, quindi diffusasi in molte fasce dell’opinione pubblica – secondo la quale togliere diritti ai lavoratori e renderli più precari porterebbe a creare più posti di lavoro. È una tesi quanto meno molto discussa, sulla base delle statistiche e delle esperienze del passato. In Italia è stata finora smentita dalla successione di leggi precarizzanti degli ultimi vent’anni (Treu, Biagi, Fornero) che non hanno migliorato l’occupazione. Esiste peraltro anche una tesi contraria di cui qui si è parlato giusto qualche giorno fa: secondo la quale la precarizzazione del lavoro porta con sé – almeno finché lo Stato non interviene con un welfare molto massiccio – anche la riduzione delle sicurezze economiche di ogni persona e famiglia, quindi porta alla crisi dei consumi, al calo della domanda, e pertanto alla diminuzione della produzione quindi a meno posti di lavoro: come dice Colin Crouch, «è difficile essere allo stesso tempo lavoratori insicuri e consumatori ottimisti».

Comunque: i nuovi posti di lavoro non sono il frutto dell’abolizione dell’Articolo 18, né tanto meno delle norme sul demansionamento e sul controllo a distanza dei dipendenti presenti nel Jobs Act. Sono il frutto della decontribuzione prevista nella legge di stabilità. Che è stata – lo ripeto di nuovo, a scanso di equivoci su presunte posizioni pregiudiziali – una buona scelta del governo Renzi. Ma che non ha nulla a che vedere con il resto delle scelte dell’esecutivo presenti nel Jobs Act.

By the way, queste agevolazioni fiscali durano tre anni ma valgono solo per gli assunti nel 2015. Quindi, il rischio che si tratti di una “fiammata” e basta, c’è. E di nuovo: per carità, benvenuta la fiammata – per chi è stato assunto. Ma l’effetto rischia di essere di breve durata, dopo la positiva ricaduta mediatica. Che comunque il governo si prende – e d’accordo. Purché sia chiaro che con la riduzione dei diritti dei lavoratori propria del Jobs Act non ha nulla a che fare.

Anzi, se volessimo fare un po’ di polemica sul Jobs Act, il dato diffuso ieri potrebbe portarci a dire che il boom di assunzioni a gennaio-febbraio è proprio la prova che non c’era alcun bisogno di precarizzare ulteriormente il lavoro per creare occupazione: che bisogna intervenire su altri meccanismi. Ad esempio, la decontribuzione. Così come altri: la corruzione, la burocrazia, etc. Infatti i 79 mila sono stati assunti con le tutele che poi il Jobs Act ha abolito, considerandole ostative alle assunzioni. Verrebbe da ridere. Ma lasciamo perdere.

Chiedo scusa, di nuovo, per la banalità. Ma la battaglia culturale – ciascuno, nel suo piccolo – si fa anche attraverso queste banali verità.