CEDU: EXTREMA RATIO PER I CONDANNATI SPIAGGIATI

Cristiana Panebianco

DI CRISTIANA PANEBIANCO

La CEDU –parrebbe dai recenti fatti di cronaca – sembra ormai diventata l’extrema ratio per i condannati spiaggiati in carcere dalla Suprema nostra Corte di Cassazione eppure è un organo sovranazionale, sempre in lotta con l’ordinamento italiano nelle sue declinazioni giurisprudenziali, sempre si affaccia qualche sentenza della Corte Costituzionale a dirimere l’ennesima controversia invocando (o meno) l’articolo 11 nostra Carta e tuttavia il noto Dell’Utri (in breve ricapitolando: ex poliziotto, ex agente segreto, ex dirigente generale della Polizia di Stato, ex numero tre del Sisde, ex capo della mobile di Palermo ed ex capo della sezione siciliana della Criminalpol: un garante della giustizia, insomma, ex–garante, diciamo) conta proprio su quella estrema ratio.

Ma Dell’Utri fa rima con Berlusconi, il suo nome briga con i presunti rapporti tra servizi e criminalità in cui s’insinua la strage di via D’Amelio in cui morì, ricordiamolo sempre, Paolo Borsellino che non ha bisogno di essere raccontato.

Nota la passione di Marcello per i libri antichi pare, infatti,  ne abbia una collezione inverosimile: “Contesto la sentenza pronunciata nei miei confronti, afferma ai giornali, e la impugnerò dinanzi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo”.

Ancora così grintoso è Dell’Utri, l’ex garante della legalità, l’ex poliziotto, l’ex agente segreto, l’ex dirigente generale della Polizia di Stato, l’ex numero tre del Sisde, l’ex di tutto ma fresco di condanna definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa che è andato a scontare a Parma sperando nella Cedu mentre, forse, i suoi avvocati già gongolano visto che Strasburgo ha bocciato la condanna a dieci anni per Bruno Contrada anche lui un ex – poliziotto ma, anche lui, arrestato in via definitiva a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa in virtù del principio penalistico “nulla poena sine lege” cioè se non c’è reato non c’è condanna.

Si vuole ricordare che “l’11 febbraio 2014 La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato lo Stato italiano poiché ha ritenuto che la ripetuta mancata concessione degli arresti domiciliari a Contrada, sino al luglio 2008, pur se gravemente malato e malgrado la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario, fosse una violazione dell’art.3 Cedu (divieto di trattamenti inumani o degradanti). 

Gli sono stati refusi € 10.000,00 per i danni morali, € 5.000,00 per il rimborso spese oltre oneri accessori ed interessi legali calcolati come nella generalità delle cause presso la CEDU.

Il 13 aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano stabilendo un risarcimento per danni morali di dieci mila euro a Bruno Contrada da parte dello Stato italiano perché non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro” ovvero non ancora previsto dall’ordinamento giuridico italiano.

Simili i casi Contrada–Dell’Utri come sottolinea l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, pm dei processi Dell’Utri e Contrada, la sentenza di Strasburgo sull’ex superpoliziotto è assimilabile alla condizione dell’ex senatore. “Non c’è dubbio che si tratta di casi simili, ma non bisogna dimenticare che il concorso esterno viene utilizzato già negli anni ’80, mentre l’aggravante disciplinata dall’articolo 7, ovvero il favoreggiamento mafioso, arriva nel 1991: tra i due reati che sono spesso entrati in conflitto, prevale a livello cronologico proprio il concorso.”

E prosegue: ”Credo che la Corte di Strasburgo abbia pensato che i fatti contestati a Contrada non fossero punibili in assenza del reato di concorso esterno ma non è così, perché sarebbero stati comunque punibili per favoreggiamento. Ciò significa che non siamo di fronte ad un’assenza di reato come in molti vorrebbero far credere.”

Una cosa è certa – continua l’ex pm – la sentenza della corte Europea non ha niente a che vedere con la revisione del processo: quello che dicono a Strasburgo non rappresenta infatti un elemento in più che può smentire i reati contestati a Contrada e che sono stati riconosciuti in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Per questo dico che questa sentenza nasce da un’insufficiente conoscenza del caso Contrada e delle motivazioni per cui sia stato condannato. C’è proprio anche una scarsa conoscenza del diritto penale italiano e della storia giurisprudenziale italiana. Si ignorano le oscillazioni giurisprudenziali degli anni Novanta ed anche che la giurisprudenza del Concorso esterno risale sin dall’ottocento”, conclude Ingroia.

Il concorso esterno in associazione mafiosa consiste nel prestare attiva ed effettiva al perseguimento ed alla realizzazione di scopi illeciti di un’associazione di tipo mafioso senza farne parte. Una sorta di fiancheggiamento: possiamo definirli i fiancheggiatori della mafia. Insieme al reato di favoreggiamento di Cosa Nostra nasce grazie a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Ayala. Non esente da querelle dottrinali e disquisizioni sul tema lunghe, tortuose ed attuali, bisogna ricordare che è un reato subdolo.

Il concorso esterno si realizza con l’apporto di un contributo effettivo al perseguimento degli scopi illeciti di un’associazione di tipo mafioso senza però prender parte al sodalizio mafioso.

L’applicabilità del reato di associazione a delinquere di tipo mafioso anche a carico di soggetti estranei al sodalizio mafioso è stata, ed è tuttora, questione discussa in dottrina.

La verità è sempre una e sola, a parere di chi scrive: l’Unione Europea, la Cedu, e tutti gli organi sovranazionali a prescindere dalla legittimazione facultata dall’articolo 11 della nostra Carta e da tutti i principi che possono applicarsi per rendere direttamente applicabili ed effettive le leggi europee – fatemele così definire – creano un grosso problema di deufradazione della sovranità del popolo di ciascun Stato membro allorchè specialmente nella materia penale nessuno può interferire, modificare, stravolgere quelli che sono da sempre, dal codice Rocco per quanto certamente bisognoso di rinnovamento, i principi fondanti e generali propri al paese Italia che ha una storia, una tradizione, un costume, personali e questa autoctonia è sacrosanta infatti laddove intaccata crea inevitabili conseguenze magari anche quelle beffarde di arrivare ad una paradossale non punibilità.

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