AMORE PATOLOGICO

BARDELLINO

DI TONIA BARDELLINO

Il modo di vivere i rapporti con gli altri dipende dalla relazione interiorizzata con la figura di attaccamento. La relazione con la mamma, o la figura di accudimento, genera un imprinting indelebile che influenza le successive relazioni.

Nei casi in cui la madre dà risposte adeguate, il piccolo sviluppa un senso di sicurezza, mostra curiosità, autonomia e, poi, indipendenza e competenza relazionale. La deprivazione delle cure materne provoca, al contrario, effetti drammatici: la deprivazione affettiva a lungo termine porta a stress psicologici, emozionali e a comportamenti anomici e disfunzionali.

Saldi legami affettivi servono per il controllo dell’aggressività.

Per Bowlby il bambino possiede una “predisposizione biologica” a sviluppare un legame di attaccamento. L’attaccamento è un’organizzazione interna all’individuo per mantenere la vicinanza con la figura di attaccamento; è un sistema motivazionale primario. Lo stile dei primi rapporti di attaccamento influenza la personalità e il concetto di sé e degli altri.

Gli adulti ricreano nei rapporti interpersonali le esperienze di relazione dell’infanzia, interiorizzando e usando modelli di relazione funzionali o disfunzionali: “modelli operativi interni”. In situazioni di minaccia gli individui con attaccamento sicuro si aspettano che la figura di attaccamento, o gli altri, accorreranno.

Svilupperanno un’immagine di sé come degni di amore, capaci di tollerare separazioni e far fronte alle difficoltà. Le persone con legami di attaccamento evitante formeranno un modello della figura di attaccamento e degli altri come assenti e ostili. Avranno un’immagine di sé come non degni di essere amati e che, in caso di necessità, non potranno che far conto su se stessi, rappresentandosi la realtà come positiva o violenta.

Le persone con un legame di attaccamento ambivalente si formeranno un modello della figura di attaccamento e della realtà come incerta e ostile e un’immagine di sé come vulnerabili e a rischio.

Infine, gli individui con legami di attaccamento “disorganizzato” svilupperanno modelli del sé e degli altri multipli e incoerenti, si rappresenteranno la realtà come catastrofica e se stessi come minacciati e in pericolo e impotenti e vulnerabili. La famiglia è spesso grembo del crimine, sebbene i fattori da considerare siano molti.

La teoria dell’attaccamento e concetti psicologici e sociologici, quali: anomia e Complesso di Edipo, offrono una cornice teorica stimolante per comprendere il comportamento antifamiliare e antisociale che può sfociare negli omicidi. Recenti studi criminologici evidenziano, “come molti reati efferati nascano da un irrisolto conflitto familiare”, ed è statisticamente rilevante il fenomeno della famiglia disgregata e anaffettiva. L’anomia altera i rapporti parentali e produce uno “sviluppo affettivo problematico”. Come rimarca il criminologo Bruno, laddove vi è una frantumazione familiare si determina insicurezza; le tendenze aggressive non si scaricano; si ha una formazione “patologica dell’Io”, senza “elaborazione di meccanismi di difesa”.

La frantumazione del nucleo familiare è uno dei fattori all’origine della condotta criminale. Il soggetto anomico, sente il padre o la madre come presenza lontana, coattiva, “nello svolgere il proprio ruolo”, per cui si ribella. Il padre e/o la madre vengono percepiti come soggetti negativi e ostativi.

L’Io rifiuta “il modello genitoriale e scivola nel delitto d’impeto. La mano omicida è mossa dalla mancanza di norme di comportamento sociale. La legge morale non impedisce l’infrazione delle regole.

L’anomia segna il crollo di ogni deontologia: si assiste alla separazione fra “scopi socialmente affermati (i valori) e mezzi adatti. Predominano frustrazione, caos, criminalità. Il soggetto si ritira da ogni ruolo: l’azione si traduce in evento criminale, effetto della carenza di mediazione fra individuo e nucleo familiare e società”. Non di rado i figli uccidono il padre o la madre perché vogliono sfruttare, da soli, le risorse familiari. In altri casi, aspirano “ad essere liberi di scegliere” e si ribellano alle figure familiari che incarnano ciò che “impedisce la realizzazione personale, di un amore, il bisogno di potenza”.

Spesso la frattura all’interno della famiglia è operata dai figli che si ribellano ad un rapporto di subordinazione. E’ il caso di Luigi Pasimeni, vittima di suo figlio. Il figlio Paolo da tempo lamentava mancanza di tenerezza in famiglia e, con il crescere, erano iniziati i litigi. Era il padre a programmare i piani di studio e di lavoro senza valutare se corrispondessero alle esigenze del figlio; Paolo fu accusato di aver falsificato l’esito di due esami e il padre gli disse: “Sei un fallito e ora mi svergogni proprio qui, all’Università”.

Allora Paolo, molto timido, si ribella al padre dispotico. Paolo si sente disprezzato e il padre gli appare “un giudice dell’Inquisizione”. Egli si sente una nullità se si paragona al genitore, parco di “incoraggiamenti e gentilezze” e sviluppa anche un senso di colpa nei confronti del genitore, per non riuscire a soddisfare le sue richieste, che genera l’aspettativa di una punizione severa, esemplare.

Questa figura paterna temuta dev’essere annullata, resa innocua: bruciare il corpo del genitore ha lo scopo di esorcizzare l’autorità paterna, cancellarne la figura. Paolo respinge ogni deontologia, ogni possibilità di dipendenza subordinata.

Approda ad un’assoluta anomia. Non avrà alcun valore etico di riferimento. La sete di una identità libera da ogni norma o precetto imposto è alla base della “rivalità di paolo con il padre”. Paolo è il segno dell’incoerenza dei valori familiari e sociali. La sua anomia è atto di ribellione. Essa contempla mete e mezzi non previsti deontologicamente. La famiglia viene negata e si dirompe.