LA GRECIA USCIRA’ DALL’EURO?

Antonino Di Stefano

DI ANTONINO DI STEFANO

Vicenda greca sempre in primo piano: la stessa Banca centrale ha ammesso che, come si stanno evolvendo le cose, c’è una possibilità di uscita del Paese dall’euro e, quindi, dall’Unione Europea. Come si è arrivati a questo punto? Ormai è in gran parte chiaro: bilanci truccati in partenza; la Merkel che inizialmente non aveva dato peso alla questione ed ha permesso che si aggravasse; il governo greco che non ha fatto le riforme, così come si attendevano gli organismi internazionali; la forte evasione fiscale; la fuga dei capitali; la vittoria di Tsipras alle ultime elezioni. Un punto cruciale in negativo è stato, però, il lavoro dei team tecnici, rappresentanti degli organismi internazionali, che si sono limitati a proporre riduzioni lineari di budget, riduzione della spesa pubblica e, quindi, di servizi resi alla popolazione greca. Un errore ammesso dai rappresentanti di vertice di Fmi, Bce, Unione Europea.

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Cose che succedono quando si studiano le carte a tavolino e si propongono soluzioni che non tengono conto dell’impatto che quelle misure avranno sugli esseri umani: disoccupazione, povertà, disperazione. Gli studiosi di economia stanno superando questo limite, ma ricordo che, più di venti anni fa, il premio Nobel Franco Modigliani, ad una mia precisa domanda, rispose: “Ma gli economisti non si occupano dei riflessi sociali della politica economica”. Questo è stato, dunque, l’approccio, anche se bisogna ammettere che non è facile proporre soluzioni in una situazione dove il rapporto debito/Pil supera il 180%. L’Italia sta oltre il 130, ma parliamo di un sistema economico ben più robusto e diversificato di quello greco.

La conseguenza in Grecia è stata la vittoria del radicalismo di sinistra di Tspras che, per non venir meno alle attese dei suoi elettori, deve per forza fare la voce grossa. E la fa sapendo di essere forte, perché non ha nulla da perdere. É fortissimo, infatti, chi ha un debito di 330 miliardi (alcuni calcoli lo fanno ascendere a 500) e non ha il modo di ripagarlo. É, quindi, interesse di tutti arrivare ad un accordo. Tsipras e Varoufakis minacciano di rivolgersi alla Russia di Putin, ma quest’ultimo, pur volendo, attualmente non ha i mezzi, e forse non vuole tirare la corda in una fase di grande attrito con la Nato. D’altro canto, anche in questo caso la Grecia perderebbe la sua autonomia, perché i russi, in cambio, chiederebbero l’installazione di basi militari, navali ed aeree. Cosa che la Nato assolutamente non gradirebbe.

Ed ecco perché anche Obama si sta interessando attivamente per una soluzione, nonostante gli Stati Uniti siano stati i primi ad avviare, con le loro maldestre manovre finanziarie nel 2007, la crisi internazionale che, risolta praticamente ovunque, si sta accanendo principalmente sui Paesi dell’Europa mediterranea. Dunque, si spera in un accordo: la Grecia deve dimostrare la sua reale adesione a manovre di sostenibilità del bilancio: quindi, riduzione di pensioni e stipendi pubblici, lotta seria all’evasione fiscale, aumento dell’Iva. Un punto di compromesso, a mio parere, potrebbe essere quello di impegnarsi a ridurre le pensioni più elevate, contenere gli stipendi dei pubblici dipendenti ed aumentare l’Iva solo sui beni non di prima necessità. Questa impostazione potrebbe venire incontro alle esigenze di Tsipras di tutelare specialmente le fasce meno abbienti della popolazione greca.

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É interesse anche dell’Unione Europea arrivare ad un accordo, perché, come ha detto il presidente della BCE, Mario Draghi, in caso di default della Grecia, si aprirebbe un capitolo davvero inesplorato. Per le prospettive dell’euro e dell’Europa unita, ma non per la Grecia. Per quel Paese, basta guardare ai casi precedenti, a partire da quello della Germania degli anni venti. Una crisi strutturale è terribile, specialmente per la parte più debole della popolazione. Il giorno dopo l’uscita dall’euro, il governo greco dovrebbe necessariamente adottare una valuta parallela (una nuova dracma?), per pagare stipendi e pensioni.

Ci sarebbe una immediata svalutazione e, quindi, una forte riduzione del potere d’acquisto. Sarebbe fiorente il mercato nero per i beni di prima necessità. Lo Stato non potrebbe più approvvigionarsi sui mercati internazionali con l’emissione di titoli pubblici che nessuno sottoscriverebbe. Le banche (già oggi hanno perso in pochi mesi oltre il 20% dei loro depositi) chiuderebbero gli sportelli ed i depositanti vedrebbero i propri risparmi congelati. Questo è bene che i greci lo sappiano, ma noi tutti speriamo che non accada: il pericolo del contagio ad altri Paesi sarebbe a quel punto veramente reale.