VORREI CHE LA PIOGGIA LAVASSE VIA LE MIE LACRIME

giovanna mulas

DI GIOVANNA MULAS

 

Ancora rivedo, tra le nebbie, i passeggeri salire e prendere posto nei convogli lunghi e rugginosi, color terra e neri, tristi carrozzieri del tempo, e il tuo viso pallido che trema.
E trema anche la bocca, che in quella mattina d’autunno mi pare una fessura, finestra chiusa su ciò che poteva essere detto e non lo è stato. Hai costretto quei capelli tuoi in una coda che arriva fin quasi alle natiche generose, e tieni il capo basso, come il mio. Neanche uno sguardo d’indugio, Vanessa mia, perché così è giusto che sia.
E sali, riempi di te l’ultimo gradino maledetto, scompari senza voltarti all’interno dello scompartimento.

T’immagino trascinare le valigie per i corridoi ferrosi e bui, troppo chiassosi per te. T’immagino sederti, stringerti nella giacca e accavallare le gambe, forse accendere una sigaretta per rispegnerla subito, ché “no, qui non si fuma signorina”.
E allora apri un libro qualunque e fingi di prestare attenzione alla pagina, sforzandoti di non guardare fuori del finestrino. E dopo l’ultimo fischio il treno, finalmente, si move. Sbuffa lento e di colpo incalza, saluta a modo suo i cristiani rimasti fermi, piantati sulla terra come quei monti laggiù, dove digrada lo sguardo mio e la cordata di abeti e pini e la neve che questo anno, prima del tempo, ha spolverato le giganti cime. Affondo le mani nelle tasche dell’impermeabile, trastullo le dita con una moneta da cinquanta lire.

E vorrei che piovesse. Come la volta in cui ti vidi, di spalle, affacciata alla balaustra che dava sul lago, mentre si apprestava il tramonto e gli uccelli ti volavano attorno, danzavano sfiorando radenti le acque e riprendevano quota rollando in un turbinio di ali e cromatismi.
Era una pioggerella fine e fitta, più intensa, appresso alla calura; quasi insopportabile, e il ronzio delle api si ravvigoriva.

“Probabilmente la troverà al lago”, m’avevano riferito, “ha detto che in tutti questi anni ne ha sentita la mancanza”. Ma non ero riuscito ad avvicinarmi a te.
Come potevo sorriderti o soltanto confessare che per me il tempo non era trascorso? Che tutto ciò ch’era stato, tutto, in quel momento era un veliero imprigionato dentro una bottiglia? Quando ti vidi tappai quella bottiglia e il passato d’entrambi, come d’incanto, svanì.

Vorrei che piovesse, amore.
Vorrei che la pioggia lavasse via le mie lacrime e il vento spazzasse ogni pensiero o immagine, lontananza, frammento.
Ogni ricordo.