LE RADICI DELLA DEMOCRAZIA

Matteo Nucci

DI MATTEO NUCCI

In questi giorni, dopo che Alexis Tsipras ha deciso di indire un referendum popolare sulla proposta di accordo ricevuta dalla troika, molti commentatori hanno giudicato il Premier greco come un Ponzio Pilato pronto a scaricare sui Greci la responsabilità del fallimento.

Al di là delle valutazioni politiche cresciute di ora in ora e al di là della discussione –sempre aperta – sullo strumento referendario, un deficit di conoscenza rispetto a storia, tradizioni e ideali politici greci ha seriamente minato il dibattito. Si stenta a ricordare che quello che andrà in scena domenica prossima sarà un referendum greco, un referendum in Grecia.

Più volte, in questi cinque anni di austerity, mi sono chiesto se gli esponenti delle istituzioni impegnati a trattare con la Grecia conoscessero, almeno a grandi linee, la storia del paese con cui avevano a che fare, il tipo di uomini con cui trattavano, le loro convinzioni, le loro religioni, il loro atteggiamento mentale. Spesso ho lanciato una domanda negli articoli e reportage con cui ho cercato di raccontare questi anni: possibile che gli uomini delle istituzioni non siano mai stati capaci di andare oltre alla semplificazione della cicala e la formica, quando anche solo un film popolare e pluripremiato come Zorba il greco avrebbe potuto illuminare alcuni complessi, caratteristici e lontani dalle attese circa quello che, di nuovo generalizzando, potremmo considerare l’uomo greco? Sarebbero bastati anche solo i quattro minuti finali del film.

La domanda poteva sembrare retorica e semplicistica ma si trattava soltanto di aprire una prima porta sul Paese di cui da cinque anni ricorrono costantemente gli stessi titoli giornalistici: “Grecia sul baratro”, “File ai bancomat”, “La Grecia mina l’Europa” e così via.

La questione specifica del referendum ci dà finalmente la possibilità di toccare con mano un aspetto decisivo per valutare quel che sta succedendo. Il fatto è che in Grecia l’idea di democrazia diretta ha un posto assolutamente unico nell’immaginario politico collettivo.

Cominciando da lontano, da quella che è l’origine della democrazia (in questi giorni chiamata in causa più volte e spesso fin troppo enfaticamente), è necessario ricordare che si trattava di democrazia diretta. Ne ha parlato lunedì scorso, in una breve intervista uscita su Repubblica, Luciano Canfora. Inutile dilungarsi sulla questione. Ma per chi non ne fosse al corrente, nell’Atene democratica tutti i cittadini maschi avevano diritto al voto, si recavano sul colle della Pnice e partecipavano alle decisioni dell’Assemblea.

Troppa retorica potrebbe essere sparsa su fatti che risalgono a duemilacinquecento anni fa, quando si ignorasse il resto della storia greca e la capacità di quella grande idea di restare in vita quasi strisciando sotto alle dominazioni che hanno imperversato da quando l’Ellade delle città stato e poi di Alessandro Magno finì in mano romana. È una storia di dominazioni, infatti. La più lunga e sentita quella turca: quasi quattro secoli, fino all’indipendenza del 1827/30. Un’indipendenza che si spegne subito nella monarchia: un sovrano straniero viene imposto dalle Grandi Potenze che trattano la Grecia come un protettorato. Dopo la guerra persa contro i Turchi nel 1922, dopo la tragica occupazione nazista e dopo l’altrettanto tragica guerra civile, la seconda metà del Novecento diventa, infine, lo squarcio finale sul ritorno alla democrazia. Uno squarcio in cui l’idea di democrazia diretta è ancora intatta e si è riplasmata proprio sulle ceneri delle dominazioni toccate al paese.

Spazi e momenti in cui si è discusso dell’idea sono innumerevoli. Per chi conosca l’abitudine greca del tutto antica, del tutto socratica, di discutere con chiunque e ovunque – al caffè, in strada, in autobus – di alti temi umani, sociali, politici, non è difficile immaginare il mare a cui sto facendo riferimento. Ma qui è utile perlomeno sfiorare due momenti precisi in cui a questa idea antica e apparentemente sorpassata di democrazia diretta, i greci hanno cercato di dare un seguito pratico moderno. Il primo caso risale a una trentina di anni fa, quando Manolis Glezos, il partigiano più famoso di Grecia, abbandonò incarichi politici di tutto rispetto pur di tornare nel suo paese di origine, Apiranthos, nella più grande fra le Cicladi: Naxos, a tentare l’esperimento che aveva sognato per una vita. Lui che la notte del 30 maggio 1941, diciannovenne, si arrampicò sull’Acropoli per strappare la bandiera nazista, nei dodici anni di carcere e quattro di esilio che seguirono, fra torture e condanne a morte sventate, sognava costantemente una cosa: la democrazia diretta. Ossia “la forma di governo più nobile e di cui più dobbiamo essere orgogliosi”, come mi raccontò l’anno scorso, sicuro, già allora, della vittoria di Syriza che sarebbe venuta. Sciorinava dati sul debito e sulla fallimentare “cura” di austerità imposta dalla troika, ma quello di cui più voleva parlare era l’esperimento di democrazia diretta. Indicava una carta della Grecia classica affissa nel suo ufficio, una di quelle carte da vecchie aule scolastiche. Spiegava il modo in cui suddividendo l’Attica fosse stato possibile realizzare nel V secolo a. C. forme ripetibili due millenni e mezzo dopo.

E mi spiegò come nel 1986 avesse redatto la costituzione di Apiranthos, dando voce a tutti i cittadini. I risultati – raccontava – erano stati immediati: spazi pubblici più che pretese private. Dunque ospedali, campi sportivi, parchi. Ripeteva che sarebbe stato insensato dipingere paradisi perduti ma certo, se si decide tutti insieme, si può essere sconfitti e rimpiangere di aver perso la propria battaglia, ma ci si sente comunque parte di un processo, non lontani dalle sfere decisionali come si è ormai abituati nelle democrazie svuotate dei nostri tempi.

Per l’altro caso esemplare bisogna aspettare qualche anno. Bisogna aspettare che in Grecia compaia la figura piena di destino del terzo Papandreou, George, quello cresciuto negli USA. Figlio di Andreas, fondatore del Pasok, il premier più amato (e odiato: a lui si deve in gran parte la mastodontica macchina statale), e nipote di Giorgos, il liberale, George s’impadronisce definitivamente della scena politica acclamato da un partito in crisi di identità nel 2006.

Conscio della pesantissima eredità paterna, tuttavia, decide subito di chiedere in prima persona agli elettori di confermarlo alla guida del Pasok. Non gli basta il voto interno. Oltre un milione di elettori, in una sorta di primarie sui generis, lo vota. Da presidente del suo partito e dell’Internazionale socialista, George si dedica a cercare forme di partecipazione popolare che possano ridar vita a una sorta di democrazia diretta. Il suo passato e i suoi studi però sono ben diversi da quelli di Glezos. Papandreou guarda ai teorici anglosassoni e trova in James Fishkin e nella sua idea di sondaggio deliberativo la base per lavorare. Si tratta di una forma di democrazia diretta meno forte e completa di quella immaginata da Glezos, ma Papandreou cerca di applicarla comunque a realtà locali. L’idea del sondaggio deliberativo si fonda sostanzialmente su un’abitudine antica: il sorteggio. Vengono sorteggiati cittadini di diverse età, estrazioni, tendenze politiche, mestieri. Un gruppo che possa dirsi rappresentativo, come appunto si usa fare somministrando sondaggi. Si pone una questione al gruppo e se ne considera la risposta. Il gruppo viene poi isolato per diversi giorni in cui ha la possibilità di informarsi sull’argomento e approfondire con esperti. Alla fine del periodo il sondaggio viene ripetuto, il risultato viene confrontato con il primo e serve poi ai rappresentanti politici in Parlamento per la finale deliberazione.

Papandreou e Glezos. Le due punte di una riflessione non solo teorica sulla democrazia diretta. A ripensarci ora, non sembra affatto un caso che siano loro i rappresentanti dei due partiti che di fronte alle politiche di austerità imposte dalla troika hanno deciso di far ricorso al referendum. Il primo – lo sappiamo – nel 2011 proprio sul referendum chiuse la sua carriera politica. L’idea di chiamare in causa il popolo a decidere in prima persona sui sacrifici a cui andava incontro gli valse la scomunica europea, l’agguato interno al partito e il compimento di un familiare destino tragico perfettamente greco. Quel referendum mai realizzato è stato chiamato in causa spessoin questi giorni in cui Alexis Tsipras ha deciso di percorrere una strada analoga. Con i dovuti distinguo sulla congiuntura sociale e politica, la decisione oggi di dare la parola al popolo ha la stessa portata della decisione (più debole come debole ne era l’autore) di Papandreou. L’idea è che, qualunque strada si prenda, i cittadini possano sentirsi artefici del proprio destino.

Ma quale destino? Oggi molti commentatori sostengono che qualunque strada prenda Atene con il referendum non porterà nulla di buono. Forse è utile sottolineare come anche in questo caso, si sentano echeggiare temi antichi, quei temi che, comunque la si voglia mettere, non appartengono a un passato da studiare ma formano la natura di un popolo. È la classica scelta tragica, infatti. Ossia il bivio in cui ci si trova a decidere: l’antica krisis (da krino, separare, discernere, scegliere). Lo sanno bene i greci. E lo sa bene Tsipras che nella sua intervista preelettorale volle addirittura andare oltre l’etimologia greca, aprendosi all’etimologia cinese che vede nella scelta critica una speranza. Se è vero, infatti, che la tragedia mostra come, qualunque strada si prenda, dietro l’angolo ci aspetta un destino di dolore, è anche vero che è la stessa tragedia greca a ripeterci che addirittura criminale è non prendere nessuna strada. Di fronte al bivio dobbiamo scegliere la nostra via e perseguirla con decisione, responsabilità e autonomia, senza che siano stati altri a costringerci. (Minimaetmoralia)