SE LA CINA SI RIPRENDE I SUOI SOLDI NEL MONDO

Distinguo tra economia reale e finanza. Se gli investitori cinesi dovessero recuperare obbligazioni e titoli di Stato di aziende, banche e Stati sovrani per turare le falle in casa loro, cosa accadrebbe nel mondo? Possibilità per la concorrenza occidentale di qualità, e rischi geostrategici di varia natura.

Quello che sta accadendo nell’economia e nella finanza della Cina è decisamente allarmante. Per i riflessi internazionali che ci riguardano più da vicino c’è da distinguere, però, tra economia reale e finanza. Quest’ultima, per gli effetti della globalizzazione, rischia seriamente di compromettere i mercati occidentali, visto che gli investitori cinesi potrebbero avere la necessità di disinvestire stock enormi di azioni, obbligazioni e titoli di Stato di aziende, banche e Stati sovrani per turare le falle che si stanno creando sui mercati orientali. E’ questo il pericolo che sentono tutte le borse dell’Occidente, ed ecco perché da alcuni giorni stanno perdendo valore. Ma questo pericolo sembra ancora a livelli fronteggiabili.

La Cina sta svalutando ripetutamente lo yuan, il ‘renminbi’, la valuta del popolo, chiamandola alla cinese, per dare competitività alle sue esportazioni, ma è una politica che darà, probabilmente, scarsi risultati, visto che il problema principale è la rivitalizzazione della domanda interna, al momento meno vivace. In connessione con questi fatti sarei, invece, meno pessimista sull’andamento dell’economia reale di alcuni Paesi occidentali.

Cina giù COP super 800

A ben guardare, la minore domanda cinese contribuisce a mantenere basso il prezzo del greggio, un calo di produzione e di esportazioni cinese verso i nostri mercati può essere visto anche con favore. Potrebbe, anzi, essere l’occasione per rivitalizzare certe produzioni occidentali, facendo leva sulla qualità e sul marchio. Nonostante tutto, i prodotti occidentali possono vantare livelli di qualità, di engineering e di design superiori a quelli cinesi. Finora, i punti deboli sono stati il costo del lavoro e la competitività. Sul primo aspetto mi sembra che la maggiore flessibilità ed il contenimento dei costi anche in seguito alle riforme sul lavoro (vedi Jobs act in Italia), stiano giocando a nostro favore.

Soprattutto se si tiene conto che anche in Cina il costo del lavoro è lievitato, e non poco, in questi ultimi anni. La competitività è data dalla qualità del prodotto, dall’accuratezza di lavorazione, dai tempi di esecuzione, dal prezzo finale. Su questo piano, le aziende occidentali possono ancora migliorare, specialmente se trovano sponda positiva nell’azione dei governi. Ciò è vero per chiunque, ma è fattore essenziale per l’Italia. Si vedrà cosa farà il governo alla ripresa autunnale.

Come è anche da analizzare il comportamento delle consistenti comunità cinesi in Occidente, in occasione di una eventuale crisi economica grave nel loro Paese. Queste comunità, in genere, hanno impiantato solide basi imprenditoriali, specialmente nel campo del commercio, dell’ intermediazione e dei servizi. Una crisi in Cina potrebbe metterle seriamente in discussione. Male per loro, si potrebbe egoisticamente pensare, e bene per gli occidentali che ne prenderebbero eventualmente posto. Così come i cinesi li hanno precedentemente scalzati, magari attuando una sorta di concorrenza sleale, mai contrastata dai governi. Ma è un discorso, questo, tutto da approfondire.

CINA MAZZO DI SOLDI 800

Mi soffermerei, piuttosto, sulle implicazioni militari e geostrategiche che riguardano la Cina e che potrebbero diventare preoccupanti in caso di seria crisi economica. La Cina, non da ora, fa paura anche su questo piano. Gli Stati Uniti stanno implementando da tempo il loro dispositivo aeronavale e la loro azione diplomatica in Oriente. Rafforzando, per prime, le alleanze con i Paesi amici: Giappone, Corea del Sud, Filippine, Singapore, Australia principalmente. Lo stesso governo giapponese, oltre ad un riamo e ad una innovazione tecnologica in atto già da tempo, sta adeguando le norme giuridiche che impedivano finora alle Japan Self Defense Forces (semplici forze di autodifesa, appunto) di intervenire al di fuori del territorio nazionale. L’Australia, dal canto suo, ha avviato un piano di acquisti di materiali militari per le sue forze armate davvero senza precedenti.

Da sempre politica, economia, diplomazia e strategia militare sono andate di pari passo. Le iniziative in atto sembrano solo prudenti attività di preposizionamento. Insomma, “prepariamoci, non si sa mai…”. Tutto sommato, il pil cinese viaggia ancora a ritmi apprezzabili, anche se inferiori al passato. Le autorità e la banca centrale cinese stanno impostando importanti azioni a difesa. Speriamo che il dispositivo funzioni, anche perché una crisi in Cina potrebbe avere esiti davvero imprevedibili.

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