IN GIAPPONE IL PRIMO TEST SULLA SETTIMANA CORTISSIMA: QUATTRO GIORNI LAVORATIVI SU SETTE

chiara farigu

DI CHIARA FARIGU

Lo confesso, il titolo apparso su la Stampa “Al lavoro quattro giorni su sette. In Giappone il 1° test. I dipendenti di Uniqluo potranno avere un weekend da tre giorni” mi ha sul momento affascinata. Immediatamente ho invidiato i circa diecimila lavoratori del marchio giapponese d’abbigliamento Uniqluo, protagonisti dell’ innovativo esperimento che, se avrà un riscontro positivo, verrà successivamente esteso anche ai “colletti bianchi”.

Poi però, andando avanti con la lettura dell’articolo, ho capito che l’orario di lavoro settimanale rimane invariato. Perfettamente in linea con l’elementare proprietà commutativa matematica secondo la quale se mutiamo l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Infatti le ore lavorative, in questo caso sempre 40 rimangono. Anziché svolgerle in cinque giorni, vengono concentrate in quattro, per la bellezza di 10 ore giornaliere. La motivazione della “rivoluzionaria” sperimentazione? Avere più tempo per dedicarsi alla famiglia.

Mi domando a quale tipo di famiglia facciano riferimento. A quella con bambini da crescere, accudire e seguire negli studi e nelle attività sportive? O a quella con genitori anziani o magari con familiari disabili da assistere? No perché, sia le une che le altre, richiedono la presenza fisica quotidiana e per più ore al giorno.  Dice baggianate chi sostiene che conta la “qualità” e non la “quantità” nei rapporti affettivi/assistenziali. Contano entrambe allo stesso modo.

Chi insegna alla scuola d’infanzia, vede bene lo sguardo di delusione del bambino quando, all’ora di uscita, dopo essere stato otto lunghe ore lontano da casa, scorge la figura del nonno o della baby sitter, anzichè quella della mamma o del papà. Che dire poi della sofferenza di quei bambini che, alle recite scolastiche, non incontrano gli sguardi dei genitori tra il pubblico, perché impegnati al lavoro!

L’articolo sottolinea che nella comunità economica si parla bene da anni della settimana corta e che i ricercatori sfornano periodicamente dei saggi che ne suggeriscono la messa in pratica. Ma che questo salto di qualità tardi ad arrivare perché restiamo ancorati all’idea di settimana partorita dai babilonesi, e a quella di week-end, divenuta realtà per la prima volta nel 1908, in un mulino del New England, quando i lavoratori ebrei chiesero di non lavorare il sabato.

Anche l’ufficio dell’Onu che si occupa di lavoro ha messo il bollino blu sull’idea dei quattro giorni: aiuterebbe la salute, l’ambiente, la produttività e il benessere generale. Anche la sottoscritta metterebbe il bollino blu, ma non a parità d’orario, diversamente distribuito.
Io non conosco l’istituzione famiglia nipponica e il tipo di welfare che provvede alle necessità quotidiane (nidi d’infanzia, tempo pieno con mense scolastiche, assistenza domiciliare per anziani e disabili, strutture sportive…) mentre è nota al mondo intero la vocazione stacanovista dei giapponesi. Pertanto, per la loro realtà, quasi certamente questa alternativa può essere possibile e vantaggiosa.
In Italia, di contro, la vedo di difficile realizzazione. Soprattutto per la mancanza di welfare familiare, il cui peso ricade quasi esclusivamente sulle donne.

E poi, domanda non di poco conto, quale attività lavorativa verrebbe svolta, senza arrecare danni alla salute, per 10 ore continuative per parecchi anni consecutivi? Diversi studi hanno dimostrato che le capacità attentive scemano col passare delle ore e calano in maniera vertiginosa quando si riprende il lavoro dopo la pausa pranzo.

Il noto economista Giulio Sapelli, in un’intervista di qualche tempo fa ha dichiarato: “Tre ore di lavoro al giorno sono più che sufficienti, purché si tratti di «lavoro liberato» dalla schiavitù del profitto”.
L’economista concorda con Keynes: ridurre l’orario di lavoro è possibile, eccome. «E sarebbe una grande liberazione». Parola d’ordine: cooperazione, al posto dell’attuale – fallimentare – competitività.
In “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, John Maynard Keynes scrisse: “Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Un’opzione ancora possibile? Ma certo, insiste Sapelli: “Ridurre l’orario di lavoro è una scelta praticabile oggi più che mai, visto che il sistema basato sul profitto sta andando in pezzi. Bisogna avere un lavoro liberato: un lavoro umano, come del resto volevano Adriano Olivetti ed Enrico Mattei. Quando non c’è lavoro liberato, sappiamo bene, è dura».

Si realizzerà mai? Sapelli non è pessimista, anche se prevede tempi lunghi: «Il modello cooperativo si diffonde sempre di più. E la gente trova sempre più insopportabile il sistema attuale». Non perdiamo la fiducia, raccomanda il grande economista: «Tra alcuni secoli, forse, ci riusciremo. Certo, io non vedrò questa fase economica. Ma, nell’arco della storia umana, qualche secolo è solo un battito di ciglia. Solo un battito di ciglia per un uomo liberato».

Ecco, se settimana corta deve essere, che sia su questo modello, con un lavoro umano. Lavorando di meno tutti per lavorare tutti.

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