IMBARCHIAMO UMANITA’

titti de simeis

DI  TITTI DE SIMEIS

La fotografia di un abbraccio che ha commosso tutti: qualche giorno fa, Mohammed è stato salvato da una barca di turisti greci dopo 13 ore in mare, tenuto a galla da un giubbotto di salvataggio e, ormai, allo stremo delle forze. Un gesto che ha spinto alla meraviglia, quasi all’incredulità. Un atto di umanità, di semplicissima umanità ha spopolato sul web. Oggi, l’immagine del mondo che rigetta gli immigrati è diventata quotidianità, ci si sta abituando ad un’assurda indifferenza, all’ostilità come ‘regola’. La generosità e l’accoglienza, invece, fanno scalpore. Abbiamo assaporato il disgusto del rifiuto, delle porte chiuse e delle frontiere straripanti disperazione. È vero. Questo caso, però, è differente, è un percorso che segue significati diversi: un uomo viene avvistato in mare da alcuni turisti in barca e viene salvato. Un gesto che a me non stupisce affatto. Semmai mi fa sperare nelle sane reazioni ‘umane’ che ancora resistono al dilagare del menefreghismo, del razzismo e della stupidità in pompa magna. Salvare la vita di un uomo è doveroso, è un principio imprescindibile, che si tratti di un italiano, un extracomunitario o uno straniero naufragato per una qualunque causa. Comprendo l’intento di fare di questo episodio un’eccezione, un fatto anomalo nel pandemonio attuale di intolleranza dirompente. Un esempio da cui ripartire, da cui trarre insegnamento, una lezione di vita, insomma. Ci sta. Ma la solidarietà, a mio parere, ha un altro gusto: sa di intimità, di emozione da proteggere. Essa appartiene solo a chi la fa e a chi la riceve, non necessita di applausi nè di specchi. Non chiede premi né targhe al valore. Vive del bene che semina, semina riconoscenza discreta e a voce sommessa. E’ istintiva, semplicemente, e rara. Scattare una foto per diffondere in rete una buona azione, può valere esibizionismo. Un abbraccio che salva una vita umana é ciò che di più naturale esista, non lo trovo un atto degno dell’eroismo che i media hanno voluto assegnargli. Essere eroi vuol dire ben altro che finire in prima pagina per aver salvato un uomo dall’annegamento. Se stiamo arrivando a questo c’è da vergognarsi, ma davvero. Se fa notizia la normalità dimenticata e rinnegata siamo all’esame di coscienza mondiale. Perché, se mi chiedo cosa avrebbe fatto ciascuno di noi, mi rispondo che non c’era nient’altro da fare che quello. Ci stiamo così maledettamente abituando alla tragedia degli immigrati in stive o in riva al mare, che una notizia del genere esplode di bontà. Non esageriamo. E’ insito in noi il dovere di dare aiuto. E’ nelle nostre radici. Basta rispondergli. La turista che con questa foto si è coperta di popolarità e ovazioni, non dovrebbe vantare allori, ma pensare che ha semplicemente obbedito ad una legge dell’anima. E non era necessaria una posa materna per impietosire e muovere all’applauso. Non serviva un palcoscenico come quello che si è costruito né il pubblico che si è conquistato. Per assaporare la grandezza del suo gesto le sarebbe bastato restare in silenzio e condividerne con Mohammed l’importanza, così nessuno ne avrebbe fatto una notizia mondiale. Perchè non lo è. Migliaia di persone, ogni giorno, si salvano l’un l’altra, si aiutano, si prendono per mano, si risollevano, si sfamano e sono eroi quotidiani di abbracci zitti. Il mondo vero è questo. Perché a luci spente e fuori dalle prime pagine la solidarietà esiste, vive e fa vivere, stringe le mani e accoglie, continuamente. Non lo sappiamo perché nessuna foto può raccontarcelo. Per fortuna. Ci siamo ammalati di protagonismo, andiamo alla ricerca di visibilità e consensi, ci stiamo viziando di solitudine alla ribalta. Ma la solidarietà è fatta di attimi privatissimi, di sguardi che si nascondono alla curiosità, all’invadenza ed alla pubblicità comprata. Ovunque, succede questo. Nei luoghi della gente sconosciuta che si scambia la vita salvandosela, che si sente importante anche a selfie spento. Lontano dai social, nelle strade incidentate dal bisogno, siamo ancora capaci della discrezione e del rispetto per sentimenti così forti di bellezza e commozione. Sì. Siamo ancora in grado di provarli e difenderli. Perché siamo umani e viviamo, da sempre, del meraviglioso istinto di darci una mano.

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