DICEVANO CHE CLARA PARLASSE COL CORPO

giovanna mulas

DI GIOVANNA MULAS

Dicevano che, col seno pieno e le labbra rosse, coi suoi capelli lunghi e neri da Tana, fosse la donna più bella del barrio La Boca.
Dicevano che la sua dolcezza avesse fatto perdere la testa a più di un potente, in città.
Dicevano che ogni sera un gruppo di uomini rimanesse ad aspettarla, all’uscita dalla messa, chi con una rosa, chi con un vassoio di pasticcini per proporle un appuntamento, chi “non dimenticare di contare su di me per qualsiasi cosa”, e lei “No, señor, gracias”.
Lo scollo dell’abito Miguel lo rammentava alto, claustro, eppure il seno, prepotente, vibrava ad ogni movimento dei fianchi larghi e con quei fianchi si riempivano le strade tra un abitazione e l’altra: passaggio silenzioso eppure troppo vivo.
Ciò che la bocca di lei non gemeva, lo parlava il corpo.
Clara carezzava i bambini al suo passaggio, salutava le donne,
gli uomini non li degnava di uno sguardo.
Il suo conventillo si ergeva, tra cartoni, ferri strabici e legni, incollato a quello della famiglia di Miguel, dieci figli in tutto e uno in arrivo, ognuno col suo posto letto a cella d’ape: promiscue, tristi dove ogni respiro veniva registrato, assimilato dal colpo di tosse dell’altro.
Miguel, da quel buco nella parete, spiò Clara passarsi uno straccio saponato, adagiata tra acqua e vapore, un mozzicone di candela sulla cassa legnosa,
una bottiglia di essenza di citronella portata dall’Italia dopo il matrimonio, e il borotalco.
Solo la testa sporgeva dall’acqua, come i capelli abbandonati lungo i bordi della vasca.
I capezzoli erti ed il taglio carminio della cicatrice ad attraversarli, tra acqua e aria, pelle sudata e saponata, e gocciolante.
Gliel’aveva fatta un guapo, un bullo, un ragazzotto di città, quella cicatrice.
Uno di cui lei aveva osato respingere la proposta di matrimonio. Durante un ballo a un conventillo era successo, mentre i suonatori facevano penare i bandoneones e le ragazze, impiegate in fabbrica o serve in casa di ricchi, col vestito della domenica, labbra laccate e occhi lucidi di eccitazione, aspettavano l’invito dei maschi più belli della sala, raccolti a scambiarsi informazioni sui quartieri vicini, bere Ginebra e farsi guardare. Il guapo era entrato e, mentre le danze cominciavano, senza parlare o guardare altra che non fosse Clara Rondi, lì perché invitata da una lontana cugina a caccia di marito, era balzato sopra la sua preda come una tigre, “pungendola” con un gesto solo.
Dicono che i suonatori di bandoneones avessero fermato la musica, dicono che, dalla gente, si fosse alzato un “oooohhhh!” di stupore, dicono che Clara avesse calato gli occhi sulla sua camicetta candida su cui appariva, a sorpresa, una rosa rossa che si allargava, si allargava.
Dicono che lei non avesse emesso fiato mentre, dalla folla, saliva “E’ un guapo vero, uno che ha lavato il rifiuto di femmina con la lama”.
Dicono anche che lei svenne, e che il giorno appresso il guapo venne trovato con la gola tagliata, giù al molo, tra corde, topi e i bidoni d’olio di motore delle navi. Pare che a regolare i conti ci avesse pensato uno dei padroni, quei ricchi signori che aspettavano Clara Rondi a ogni uscita di messa col vassoio delle paste al latte in una mano e una rosa nell’altra.