LA STRADA DI TSIPRAS VERSO IL RENZISMO

Marco Rizzo

DI MARCO RIZZO

Tsipras ha fatto una mossa abile: convocare elezioni anticipate prima che il popolo greco potesse realmente provare sulla propria pelle l’effetto del memorandum approvato nei mesi scorsi. È un dato di fatto: il peso del trasformismo di Syriza non è ancora stato realmente pagato in termini reali dal popolo greco. Si percepisce un cambio, se vogliamo anche un’umiliazione, una disaffezione, che l’enorme astensionismo configura, ma non una reale presa di coscienza. E’ ancora possibile illudersi su una “fase 2” del governo.

Un risultato quindi che finisce per certificare una condizione apparentemente stabile, con poche differenze con le elezioni di pochi mesi fa. Se è vero come diceva Engels che le elezioni sono «la misura della maturità della classe operaia» la situazione greca certifica senza dubbio una condizione di arretratezza nella coscienza delle masse popolari. In fin dei conti Tsipras, in pochi mesi è andato al voto con due programmi diversi ma ha preso praticamente la stessa percentuale di voti e questo la dice lunga sulla capacità mediatica obnubilatrice del capitalismo pur in crisi Ma è bene rovesciare l’ottica di questo ragionamento.

Il problema è porsi l’obiettivo di una forza politica che lavori autenticamente per l’emancipazione delle classi subalterne. Allora si comprenderà che oggi Syriza vince perché accetta di fare quello che in Italia fa Renzi, in Francia Hollande. Accetta di prendere il posto della socialdemocrazia, nel migliore dei casi, o di una qualsiasi forza che lega la sua azione di governo ai limiti imposti dalla UE.

L’arretratezza della coscienza popolare ed il grande apparato mediatico capitalistico consegnano a Tsipras le chiavi della vittoria, al pari di quanto accede in Italia con il PD. Ma ad un prezzo enorme. Perché un partito della sinistra radicale europea accetta di divenire forza di gestione dell’esistente, quindi del potere del capitale. Accetta di essere una forza che si limita a certificare una condizione di arretratezza e non a svolgere un lavoro di trasformazione e cambiamento. Tanto più è una forza di sinistra radicale a compiere questa funzione, tanto più duro è modificare realmente quello stato di arretratezza.

In definitiva si sta da una parte o dall’altra della barricata, e chi sta in mezzo finisce per divenire la barricata. In questo senso, anche se può apparire paradossale, il Partito Comunista di Grecia era costretto a giocare a queste elezioni una battaglia di resistenza e non di attacco. Nei confronti di Tsipras, del voto utile certamente, ma anche e soprattutto verso un’operazione, quella della costruzione di “Unità Popolare” che dicendo di attaccare Syriza, in realtà presentandosi come opposizione di sinistra proprio finiva proprio per danneggiare il KKE. Ha vinto il radicamento nei settori popolari, nella classe operaia, tra la gioventù che rendono il KKE un partito differente, che ha superato anche questa tempesta.

Come ha scritto Koutsoumpas «da domani, ci deve essere un KKE forte ovunque, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri popolari, nei luoghi in cui batte realmente il cuore della nostra lotta e del nostro popolo messo a dura prova.». Sabato 7 Novembre a Roma il Partito Comunista convocherà una grande manifestazione internazionale proprio su questi temi.

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