IL SENSO DI COLPA

fabrizio falconi

FABRIZIO FALCONI

Il senso di colpa è una forma della mente umana e una sua caratteristica principale. 

Gli animali non provano colpa. La colpa è legata alla nascita della coscienza.  Si potrebbe anzi dire che l’uomo si è differenziato dal resto della creazione naturale quando ha avvertito il senso di colpa per le proprie azioni (come è esplicato in molti racconti fondativi della religione, come la cacciata dall’Eden nel cristianesimo/ebraismo, per la colpa di aver mangiato il frutto proibito, quindi di aver trasgredito all’ordine divino).

Il senso di colpa è un meccanismo naturale dunque per l’umano.  Colui che non prova mai colpa per il proprio operato, infatti, potrebbe definirsi non-umano o dis-umano.

Ma c’è un ordine in cui il senso di colpa può diventare o diventa a tutti gli effetti un veleno per la nostra vita.

Il senso di colpa è un sistema di allarme della coscienza.  Hemingway, semplificando nella sua elegante stringatezza, affermava che egli aveva un metodo infallibile per stabilire la morale dei suoi atti: come si sentiva dopo aver commesso una certa azione. Se si sentiva bene, l’azione era giusta, se si sentiva male (senso di colpa), era sbagliata.

Certamente un metodo siffatto non può essere garanzia di un metodo universale.

Molto spesso infatti, il senso di colpa ha a che fare molto di più con noi stessi che con la natura dell’atto che compiamo. 

 

Sensi di colpa di ogni tipo (giustificati e non) sono instillati infatti in noi sin dai primi o primissimi anni di vita.  Vi sono anzi non rari casi nei quali un intera sistema educativo – di una persona – è stato fondato sui sensi di colpa. 

 

Vi sono persone nelle quali questo senso è stato inoculato costantemente come un veleno. E da adulti, queste persone non sono più in grado di dire se il frutto delle loro azioni è la causa di ciò che vogliono veramente o di ciò che temono per evitare un senso di colpa divorante. 

 

E che dunque per riprendere in mano la loro vita hanno bisogno di depurarsi, di liberarsi del fardello che il senso di colpa fa gravare sulla loro vita, paralizzandole.

 

Vi sono anche persone che gratificate da questa liberazione, giungono al punto di rifuggire, per contrasto, qualunque senso di colpa.  E credono che la chiave per la felicità – ahimé grandemente illusoria – sia sostanzialmente l’infischiarsene della conseguenza dei propri atti.

Il senso di colpa è, come ogni forma della mente, necessario. Ma è necessario solo se assolve alla sua funzione: quella di limite del libero arbitrio.

Il senso del limite è connaturale alla mente.  Quasi subito la mente del bambino si accorge della presenza di limiti, che regolano il suo possibile comportamento (si può forse rifiutare il cibo, ma non si può infilare un coltello nella mano della mamma).

Questo è dunque il senso ultimo della vita: l’accettazione del limite.  Inteso non come prigione, ma come possibilità di sviluppo.

Nessuna pianta può svilupparsi, crescendo in orizzontale, nell’ombra.

Ogni forma di vita ha bisogno di spingersi verso l’alto, osservando i propri limiti. 

Il riconoscimento dei limiti permette dunque anche di scoprire quali sensi di colpa siano inutili e anzi dannosi alla propria crescita.  E quali invece siano le sentinelle del nostro operare. Se abbiamo sbagliato, e siamo in grado di riconoscerlo, ciò è dovuto alla presenza della forma del senso di colpa.

Se siamo convinti di aver trovato la chiave della nostra vita, anche i sensi di colpa devono essere attentamente valutati (e smontati del loro abito formale – quello che fa paura) per quello che ci chiedono e per quello che esprimono.  Soltanto così l’anima può pienamente ritrovarsi. Solo una com-prensione delle proprie zone erronee garantisce una evoluzione verso la piena consapevolezza.

Fabrizio Falconi (C) – 2015 riproduzione riservata