LA DELICATA E URGENTE QUESTIONE DEL DEPOSITO NAZIONALE UNICO DI SCORIE NUCLEARI

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DI MANLIO SOLLAZZO

Tra gli impegni improrogabili che sono scritti nell’agenda del governo, figura quello della costruzione del deposito nazionale di scorie nucleari. L’esecutivo è in ritardo con i tempi prestabiliti e dovrà anche affrontare le forti resistenze della popolazione. Sul tavolo del ministro dello sviluppo Federica Guidi, è arrivata la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti e nel documento si esprime “preoccupazione per il prolungarsi dei tempi di attesa per la pubblicazione della proposta di Carta delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del deposito nazionale, soprattutto per l’effetto negativo che i successivi, ripetuti rinvii possono produrre sull’immagine di trasparenza del procedimento”. Il governo ha rallentato il passo ed è indietro sulla tabella di marcia prevista.

Dal mese di luglio e’ stata avviata una campagna di informazione con spot in tv, inserzioni sui giornali e banner sul web, cui avrebbe dovuto fare seguito l’elenco dei siti idonei entro la fine di agosto e che invece non è stato ancora pubblicato. Nell’attesa, ci ha pensato a localizzarli l’Istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia, che ha tracciato una mappa applicando i 28 criteri di esclusione già specificati, il primo dei quali,è quello della sismicità del territorio.

In base alle vigenti norme tecniche per le costruzioni, vanno escluse, tutte quelle aree in cui c’è una probabilità del 2% che in un periodo di 50 anni si possa verificare un terremoto con picco di accelerazione pari o superiore a 0,25 g. Marche, Umbria e gran parte dell’Emilia Romagna sono così immediatamente depennate dalla lista. Considerando gli altri 27criteri, il 70% del territorio risulta essere inidoneo. L’ulteriore scrematura è determinata da fattori quali: il limite massimo di altitudine – fissato a 700 metri sul livello del mare (escludendo, di conseguenza, la Valle d’Aosta e le aree più settentrionali delle regioni alpine); quello minimo, stabilito a 20 metri dalla pendenza dei versanti che non può essere superiore al 10%; la distanza “adeguata” dai centri abitati ai mille metri che sono previsti rispetto ad autostrade, strade statali, linee ferroviarie; le zone che presentano rischi di tipo geologico ed idrogeologico; la distanza minima di 5 chilometri dalla costa.

Il grosso delle aree ritenute idonee è circoscritto alla parte meridionale della Puglia, a piccole aree della Basilicata e del Molise e ad alcune zone costiere della Campania, del Lazio e del Molise. Vanno infatti escluse, secondo gli esperti, pure le due isole maggiori.  La Sardegna e la Sicilia, anche qualora rispondessero a tutti e 28 i requisiti, verrebbero scartate per l’implicito “criterio dei criteri”, quello economico, perchè i costi del trasporto dei materiali sarebbero eccessivi. E il governo dovrà già far fronte a un esborso stimato a 3-4 milioni di euro per la costruzione del deposito. Il problema principale che Renzi deve risolvere riguarda però le proteste dei cittadini, che, questa volta, bisogna dirlo, solo parzialmente sono giustificabili.

Il progetto delle trivellazioni, la costruzione della Tav in Val di Susa, il recente ventilato proposito di tornare al nucleare e di aprire nuove centrali, sono iniziative politiche percepite dalle popolazioni direttamente interessate e non, come un abuso di potere perpetrato dalle istituzioni. Non se ne vede l’utilità e si sospetta che lo Stato agisca per secondi fini. Inoltre, il grave precedente della sommossa popolare dei cittadini di Scanzano Ionico nel 2003, ha favorito l’esplosione del dissenso anche per quel che concerne il deposito di scorie radioattive. La commissione parlamentare proprio per tale ragione sta incalzando il governo.
Il tempo che passa alimenta la diffusione del clima di sospetto e di sfiducia, perché porta la gente a pensare che vi siano in corso d’opera manovre poco trasparenti. Bisogna pertanto accelerare i tempi tenendo in grande considerazione l’humus culturale che si è creato, onde evitare di andare allo scontro con la popolazione. Cosa che non sarà affatto semplice. La mobilitazione di massa contro la costruzione del deposito di scorie nucleari è, infatti, in pieno fermento. Sono da tempo sorti comitati “agguerriti” – come quello “Nonucle, no scorie” in Sardegna, che si è già reso promotore di varie iniziative (flashmob in molte citta, negli aeroporti e nei porti) fino ad occupare il palazzo della Regione, e sono state lanciate petizioni on line “No alle scorie nucleari” sottoscritte ad Altamura e Matera con quasi 4 mila adesioni. In questo caso specifico, però, fare muro contro lo Stato, è, per una serie di motivi, sbagliato. Il progresso non sfugge, infatti, alla regola per cui ogni cosa esistente è ambivalente. L’altra faccia della medaglia della società industriale sono le scorie nucleari, in quanto ineluttabile effetto collaterale. Poiché, al momento, è impossibile non produrle, dobbiamo necessariamente provvedere a smaltirle. Che piaccia o meno ai cittadini, non c’è alternativa alla costruzione di un impianto che, un sito prescelto in quanto rispondente a determinati requisiti, dovra’ accogliere per forza di cose. Il decreto legislativo del 2010 prevede l’eventualità di una soluzione imposta, che si spera però si possa evitare mediante la sensibilizzazione, la trasparenza procedurale ed il dialogo.

Nel 2003, il governo Berlusconi, indicò Scanzano Ionico come sede del deposito di profondità dei rifiuti nucleari delle nostre centrali in via di smantellamento. Differentemente da allora, si tratta, stavolta, di costruire un deposito di scorie nucleari a bassa e media intensità. Si avrà l’opportunità di ospitare in maniera definitiva una parte dei rifiuti delle vecchie centrali, insieme a quelli a bassa intensità e tutti ricondizionati – ossia sottoposti a trattamento chimico e poi inglobati in contenitori di materiale inerte, per garantirne l’assoluta sicurezza nel trasporto. I rifiuti radioattivi sono prodotti da molte attività umane: la diagnostica e la terapia medica (per es. la radioimmunologia e la radioterapia); la ricerca scientifica, l’industria agroalimentare (per es. la sterilizzazione delle derrate per irraggiamento), i controlli di produzione industriale (per es. le radiografie di saldature).  Questi rifiuti, per un tempo variabile da pochi istanti a milioni di anni, emettono radiazioni che possono ripercuotersi sull’ambiente e sull’uomo, ma che sono comunque di intensità decrescente nel tempo, per il fenomeno del “decadimento radioattivo”.

In Italia, i rifiuti radioattivi sono classificati in tre categorie, secondo il grado di pericolosità:
• I Categoria: rifiuti la cui radioattività decade fino al livello del fondo naturale in tempi dell’ordine di mesi o al massimo di qualche anno. A questa categoria appartengono una parte di quelli derivati da impieghi medici o dalla ricerca scientifica;
• II Categoria: rifiuti a bassa/media attività o a vita breve, che perdono quasi completamente la loro radioattività in un tempo dell’ordine di qualche secolo;
• III Categoria: rifiuti radioattivi ad alta attività o a vita lunga, per il decadimento dei quali sono necessari periodi molto più lunghi, da migliaia a centinaia di migliaia di anni.

Università, ospedali, industrie di vario genere, producono una grande quantità di scorie che è molto più sicuro vengano stoccate in un sito creato ad hoc anziché in infrastrutture provvisorie, come accade oggi. Il deposito di scorie consentirà allo Stato di gestire in maniera ordinata ed efficace lo smaltimento dei rifiuti, infliggendo – presumiblmente – un duro colpo al business dei rifiuti tossici. Accogliere un impianto sicuro, significa ridurre le possibilità che la criminalità organizzata sotterri i materiali radioattivi nelle discariche abusive, arrecando un danno irreversibile alla salute dell’ambiente e a quella dell’uomo. Il deposito nazionale unico di scorie nucleari s’ha da fare.

foto di Manlio Sollazzo.