SE I BRONZI FOSSERO ANDATI A MILANO

pino aprile
DI PINO APRILE

Ma se davvero i Bronzi di Riace fossero stati trasferiti all’Expo di Milano, a meno di un mese dalla chiusura dell’Esposizione universale è lecito chiedersi come sarebbe andata?

I calabresi (e non solo) che si opposero al prestito delle statue (ma come, arrivano i turisti e ci tolgono la ragione per cui potrebbero venire anche qui?), furono accusati di oscurantismo; e fu la cosa più carina che si sentirono dire, mentre giornali nazionali spiegavano perché Reggio Calabria fosse inadatta a tenersi l’immeritato tesoro, incapace di sfruttarne le potenzialità turistiche: pubblicavano foto dei Bronzi ancora stesi per terra, durante i restauri, mentre erano ormai sui piedistalli.

Con sufficienza e irrisione sul numero dei visitatori al museo di Reggio, si contrapponevano gli euro ricavati dalla (presunta) scarsa affluenza, ai milioni che l’Expo avrebbe spremuto dalle orde di forestieri, grazie a quelle opere d’arte. Sorprese la reazione dei cittadini (specie del comitato presieduto dal professor Pasquale Amato), che usarono i social network per diffondere notizie e perizie che smentivano la trasportabilità dei capolavori.

Dario Franceschini, ministro ai Beni culturali, dovette istituire una commissione competente (presieduta dal professor Giuliano Volpe, insospettabile di orientamento pregiudiziale) che, all’unanimità, confermò gli altissimi rischi della rimozione dei Bronzi dalla loro sede sullo Stretto. E il progetto di spostarli fallì.

Ma poniamo che le cose fossero andate diversamente: Vittorio Sgarbi propone; Roberto Maroni, presidente della Lombardia, dispone; i reggini tacciono o, al più, borbottano; la sovrintendente del museo di Reggio Calabria, Simonetta Bonomi (poi trasferita a Padova, la sua città), non oppone i dati sulla fragilità delle stupende opere d’arte. E i Bronzi partono per Milano.

Lì, secondo le previsioni, li avrebbero visitati milioni di turisti; fruttando circa 15 milioni di euro, contro gli 840 che si dicevano incassati a Reggio Calabria: numeri sparati, con un giro d’olio di indignazione e una pizzicata di disgusto per lo spreco.

Ma a Milano, così, sarebbe stata messa in discussione la sicurezza delle statue, che possono essere avvicinate mille-duemila persone al giorno, in ambienti asettici. L’ex sovrintendente Simonetta Bonomi ricorda come un incubo l’agosto dell’anno scorso, quando giunsero 40 mila visitatori.

La sala dei Bronzi ha condizioni particolari di temperatura, umidità, luce; le statue sono su piedistalli che, con sistemi meccanici ed elettronici, ne assicurano la stabilità pure in caso di terremoti; per non turbare quell’equilibrio, in sala possono entrare 20-25 persone a volta, per circa 20 minuti (meno se c’è fila troppo lunga), dopo esser passate per 25 minuti in due distinte sale di decontaminazione.

Tutto questo avrebbe dovuto esser riprodotto a Milano (al costo di un milioncino, a stare giusti; più le spese del trasporto, molto oneroso): sarebbe stato interessante vedere se gli incassi avrebbero coperto i costi. E oggi ci si può pure chiedere: come sarebbe andata con tempi e qualità dei lavori?

A Reggio, solo per rimettere le statue sui piedistalli, otto specialisti hanno dovuto lavorare una settimana, dieci ore al giorno. A parte i ritardi penosi dell’Expo, nel padiglione della Lombardia (poi rifatto), non funzionava bene l’aria condizionata. Ed era un impianto normale. Immaginate il danno, se fosse accaduto nella sala dei Guerrieri, già afflitti dal cancro del bronzo, che ne assottiglia e indebolisce la struttura, oltretutto segnata da microcricche.

La vicenda dovrebbe indurre a fare un po’ di pulizia nel sottoscala mentale dei pregiudizi, sia positivi (l’efficienza di Milano: Maroni ha persino proposto che tutte le grandi opere siano affidate a lombardi), che negativi (al Sud, solo corruzione e inefficienza: Maroni includeva la Salerno-Reggio Calabria, nella sua lista; ma già sono del Nord e del Centro le aziende appaltatrici).

I Bronzi sarebbero finiti in un meccanismo che ha mostrato limiti sconfortanti (naturalmente Milano non è tutta così, ma manco cosà): opere progettate e non fatte, altre fatte male o mal gestite: in ritardo (appalto irregolare), anche l’apertura dello shop di merchandising con il logo dell’Expo (magliette, penne, tazze…).

Nel frattempo, estremo Sud, nonostante l’obbligato contenimento del numero di visitatori; le difficoltà di arrivarci per la scarsità di treni, a velocità qualsiasi (grazie Trenitalia: che la possino!); il taglio dei voli; l’interruzione della Salerno-Reggio; e, per tempi e contorcimenti della discutibile «riforma Franceschini», la mancanza, per molti mesi, di un successore non provvisorio della sovrintendente, il museo è entrato lo stesso nella lista dei 40 più frequentati in Italia (ce ne sono 4.500), è il primo da Roma in giù; incassa centinaia di migliaia di euro e genera una economia, pur faticosa, che si allarga alla città, perché chi va da loro deve pur mangiare, bere, magari pernottare, portare un ricordino a qualcuno…

Non è l’Expo; ma è quel che alla Calabria sarebbe stato tolto, con il trasferimento dei capolavori all’Expo; dove comunque (per la tutela delle statue) sarebbe mancato il milionario afflusso di visitatori. E chissà se solo quello.