UN PAESE CHE ORMAI VIVE NELLA PAURA, “FERMA LA VITA” ANCHE CONTRO ERDOGAN

luca soldi

DI LUCA SOLDI

I rischi per una vita democratica sempre più flebile ha imposto, ad alcune associazioni di categoria ed ai maggiori sindacati Kesk e Disk, di proclamare due giorni di sciopero.
La Turchia e’ al bivio. I drammatici attentati, la guerra ai confini, una deriva fondamentalista, pur mascherata dal Presidente Erdogan, centinaia di migliaia di profughi dalla vicina Siria, corrono il rischio di inserirsi in una situazione economica che pur positiva segna dei vistosi rallentamenti.

Aldilà delle responsabilità per l’attentato di sabato scorso ad Ankara che tutti ormai indicano negli estremisti del califfato, quello che l’opposizione ad Erdogan e la gente teme e’ la deriva verso uno Stato antidemocratico che possa emergere dalle prossime elezioni di novembre.
Sarà “Fermiamo la vita” lo slogan per i due giorni di sciopero nei quali centinaia di migliaia di turchi si asterranno dalle loro attività quotidiane in solidarietà con le famiglie delle vittime della strage di Ankara.

Una mobilitazione di cittadini comuni, che attraverso l’hashtag ‪#‎HayatiDurduruyoruz‬, appunto “fermiamo la vita”, hanno deciso di annullare corsi universitari e giornate di lavoro.
Inoltre, l’invito è a esporre drappi neri in case, luoghi di lavoro e auto in segno di lutto. Oltre ai funerali di alcune delle vittime, anche oggi sono previste manifestazioni in tutta la Turchia per ricordare la strage. Il governo per parte sua aveva proclamato tre giorni di lutto nazionale che si concluderanno domani, ma il giorno dei funerali e’ segnato da disordini e preoccupazioni.
Si perché la Turchia vede protestare centinaia di manifestanti e di cittadini che contestano apertamente il governo islamico conservatore del presidente Recep Tayyip Erdogan, considerato il vero responsabile della strage. “Erdogan assassino” e “governo dimettiti” sono alcuni degli slogan, uniti a “Stato assassino”e “conosciamo i colpevoli”, che vengono urlati per chiederne le dimissioni.

Parole dure appunto alle quali fanno seguito quelle autorevoli del Nobel per la letteratura Orhan Pamuk che in una intervista pubblicata su Repubblica dichiara: “Tutta la gente in Turchia non vuole nient’altro che la pace. Solo pochi mesi fa tutto questo sembrava acquisito, ma la guerra scoppiata contro i curdi ha causato un ritorno alla paura, che è il sentimento che governa oggi la Turchia. La sconfitta elettorale ha fatto arrabbiare Erdogan. Lui puntava a rifare un esecutivo monocolore, non voleva una coalizione di governo. Così è stato deciso di tornare nuovamente a votare il 1 novembre prossimo. Però non soddisfatti di come vanno le cose, governo ed esercito hanno stabilito di ricominciare la guerra contro il movimento curdo”, spiega Pamuk. “Erdogan adesso non otterrà né la simpatia né l’appoggio dei curdi. Sono preoccupato per il modo decisamente autoritario in cui il presidente governa il paese. Adesso le posizioni si sono purtroppo polarizzate. Lui non vuole condividere il potere. Anzi, vuole controllare l’intera Turchia”.
Altre parole “contrarie” ma più forti, arrivano da Ali Kenanoglu, esponente del Partito democratico del popolo (Hdp), in un’intervista al Corriere della Sera.
“Erdogan gioca sul filo della guerra civile. Pur di mantenere il potere è disposto a veder correre il sangue. La minaccia cresce dal giugno scorso: le bombe al nostro comizio a Dyarbakir, le squadracce nazionaliste contro le nostre sedi, la strage di pacifisti a Soruc, la carneficina di sabato sulla piazza della stazione. Tutto collegato. Da voi si chiamava strategia delle tensione”.
Anche lui attacca il premier Erdogan che avrebbe favorito la strage di Ankara “perché ha bisogno di un nemico. Ha bisogno di polarizzare la società per ergersi a difensore dell’ordine il futuro dipende dalla dirigenza Hdp. Se Erdogan voleva convincerci a lasciare la corsa elettorale, ha mancato l’obiettivo. Se voleva spaventare la società civile, secondo me ha sbagliato ancora di più perché tutti hanno capito di chi è la responsabilità dei morti”.
Secondo Kekanoglu la tregua unilaterale proclamata dai terroristi curdi del Pkk “non basterà a fermare questo disegno. Chi ha rotto la tregua non è stato il Pkk, ma è il governo ad aver chiuso i negoziati. Erdogan ha persino giocato con lo Stato Islamico pur di sbarazzarsi dei curdi. E questi sono i risultati”.

foto di Luca Soldi.