LA BANDA DELLA CULLA DI FRANCESCA FORNARIO

alessandro gilioli

DI ALESSANDRO GILIOLI

Ci sono tanti modi di fare politica, cioè di provare a migliorare le cose. Dall’attivismo di quartiere alla battaglia culturale, fino alle cariche elettive. Tutte nobili, se fatte in onestà ideale e con buone pratiche.

Un modo di fare politica è scrivere un romanzo. E “La banda della culla” di Francesca Fornario è a tutto tondo un romanzo politico. Nel senso che, nella storia di tre coppie che tentano di metter su una famiglia, non c’è pagina del racconto da cui non esca una denuncia sul presente: sulle sue storture, sulle sue assurdità, sugli immensi margini di miglioramento che abbiamo.

“La banda della culla” (qui uno stralcio) è la storia di sei persone, appunto tre coppie. Due eterosessuali, una di lesbiche. Coppie tendenzialmente giovani, ma quale più quale meno. Dove chi non è costretto a fare un lavoro molto inferiore ai propri studi, è precario. Qualcuno, entrambe le cose. In ogni caso, vivono tutti in una precarietà che non è solo economica e contrattuale, ma proprio esistenziale. Di quella precarietà che entrata ormai nella quotidianità di tante e di tanti al punto da costituire un modo di vedere la vita e di affrontarla. Una modalità in cui qualsiasi progetto è negato – e chissà se è per questo per questo che spesso li chiamano “lavoratori a progetto”.

Se poi il progetto è fare un famiglia, viene da ridere. O da piangere. Si ride e si piange spesso, in questo romanzo, a volte a poche righe di distanza.

Quella raccontata è una generazione – o meglio, una fetta di Paese – che si è abituata a «prendere la vita di bolina, piegando un po’ più a destra e un po’ più a sinistra, impedendo al vento della disgrazia di gonfiare le vele»; è una fetta di Paese per la quale «l’aumento dell’affitto morde lo stomaco come la vista di un leone faceva tremare le ginocchia di un uomo preistorico»; è una fetta di Paese che abita in locali talmente piccoli che in caso di arrivo di un bambino bisogna passare tra il letto e la culla facendosi in due dimensioni, di profilo, come i faraoni delle pitture egiziane: «Potremo sempre dire di avere uno stile di vita faraonico».

Tuttavia la stessa fetta di Paese ha la fortuna di poter utilizzare un’applicazione per iPhone pensata apposta per le lavoratrici flessibili: a seconda dei contributi versati l’anno precedente e della data di scadenza del contratto attuale, l’app calcola il periodo più appropriato per rimanere incinta; i risultati vanno poi incrociati con quelli dell’apparecchio dove si infilano ogni mattina le strisce assorbenti che calcolano il livello d’ormone – per trovare il picco dell’ovulazione – e il tutto viene a sua volta incrociato con gli impegni di lavoro della coppia, fra turni e trasferte. Così, con un po’ di fortuna, si può trovare lo slot di tempo giusto per tentare la riproduzione.

C’è tutto il presente, nei ritratti di vita che Fornario inventa (ma quanto inventa, davvero?): l’infinita sequela di colloqui a cui ci si sottopone per trovare un lavoro falsificando il proprio curriculum al contrario – cioè riducendo i propri titoli di studio – per tentare di afferrare un posto per il quale sei troppo qualificato; i diritti sociali e quelli civili che si mescolano continuamente, nel loro essere negati; le fatture pagate – quando sono pagate – dieci mesi dopo; le pensioni di reversibilità del padre defunto con cui puntare a fine mese, secondo la nota prassi del welfare familiare che mette una toppa a quello che non c’è più; i costi della fecondazione assistita a Barcellona; le banche che fanno prestiti solo a chi i soldi li ha già; il trucchetto di non sposarsi perché i figli di ragazze madri – vero o false che siano – hanno qualche chance in più di trovare un posto al nido; l’ipocrisia dei politici che dicono il contrario di come vivono; le periferie che a raggiungerle con i mezzi pubblici sono più lontane del Nepal, è evidente che qualcuno ha falsificato le mappe stradali; e la tivù spazzatura, e la stampa spazzatura, e la spazzatura mentale che ci circonda, nessuno davvero riesce a non inzaccherarsi neanche un po’.

Di sfondo, il “tutti contro tutti” contemporaneo che fa odiare i giovani e i vecchi, i più precari e quelli un po’ meno precari, i cattolici e i musulmani, le partite Iva e le supplenti, i davvero poverissimi e quelli appena meno poveri, e così via, anche gli ex comunisti contro gli ex comunisti, che forse si odiano più di tutti. Non siamo, noi italiani, l’orchestra del Titanic che suona mentre la nave affonda: siamo un’orchestra che va ad annegare picchiandosi a sangue coi flauti traversi e gli archetti perché ciascuno pretende di suonare l’assolo, l’ultimo assolo.

È anche un noir fantapolitico, “La banda della culla”, ma di questo non dirò per non spoilerare, dato che alla fine di romanzo si tratta. Tuttavia questo libro è soprattutto un manifesto di sociologia quotidiana e di sociologia verità, attraverso le vite di persone in cui tanti si riconosceranno.

Da ultracinquantenne che per una vita è stato garantito, mi sono sentito in colpa, a leggerlo. In colpa perché ho vissuto nel cuscino più privilegiato del secolo, forse del millennio. Tra i miei genitori che mentre andavano all’università mungevano le mucche in una fattoria della North Carolina, emigrati dall’Italia; e i miei figli che quando si affacceranno alla vita adulta si troveranno nei marosi tristi della precarietà peggio di Claudia, Francesco, Veronica, Camilla, Giulia e Miguel, i protagonisti del romanzo. Con la differenza che i miei genitori erano poveri ma pieni di speranza e di futuro, mentre ai nuovi adulti di oggi il futuro è stato rubato – e li hanno convinti che ogni speranza è un privilegio, un colpo di culo o (peggio) un’utopia irraggiungibile.

Mi sono sentito in colpa ma forse non serve a niente, perché qui è un si salvi chi può e anche i personaggi del romanzo alla fine cercano di cavarsela da soli, in un pianeta in cui le uniche vie d’uscita – se ci sono – sono individuali o al massimo di microgruppo: ma mai politiche, mai sociali. L’atomizzazione è riuscita perfettamente: a forza di dire che la società non esiste, in effetti, sono riusciti a non farla esistere più.

Qui siamo, qui viviamo, nel 2015, in Italia e non solo. Questo è un romanzo politico, fortemente politico, come erano politici i romanzi sugli operai di fine Ottocento in Francia o sui pastori in Sardegna negli anni Sessanta.

Poi ognuno ne tragga le conclusioni che vuole, girata l’ultima pagina. Su quello che c’è da fare, intendo dire. Buona lettura e buon dopo lettura.

Ps. Disclaimer finale, per trasparenza: l’autrice, Francesca Fornario, è una mia amica e una delle persone che stimo di più tra quelle che frequento. Quindi potete serenamente pensare che questo post è inquinato dall’amicizia. Può darsi, naturalmente. Prima di mettermi alla tastiera ho però riflettuto su quello che avrei scritto se l’autrice di questo romanzo non fosse stata una mia amica. Ecco, ho pensato che forse non mi sarebbe capitato tra le mani il libro, questo sì. Ma se per accidenti invece io l’avessi letto, avrei scritto le stesse cose. E probabilmente avrei cercato su Facebook l’autrice per diventarne amico.

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