TURCHIA. IL RUOLO CHIAVE DELL’HDP IN UN EVENTUALE PROCESSO DI PACE

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DI RITA A. CUGOLA

A pochi giorni dall’atteso appuntamento con le urne la Turchia è nel caos. Il clima di tensione che accompagna questa ennesima campagna elettorale non può esulare  dal processo di polarizzazione sociale in atto nel paese. Le misure restrittive adottate dal presidente Recep Tayyp Erdogan per fronteggiare la recrudescenza degli attentati di matrice estremista – registrati nell’ultimo semestre  –  ha alimentato non solo l’ostilità delle opposizioni ma anche  il conseguente sentimento di sfiducia delle masse nei confronti delle istituzioni.

In seguito all’accresciuto attrito tra Ankara e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, la popolazione sembra virtualmente allineata sulla base di criteri esclusivamente etnici e politici. “La Turchia non è mai stata così divisa“, ha osservato Soli Ozel, docente universitario. “Se aumentano gli scontri, le prospettive di pace si allontanano. La contrapposizione ideologica e l’evidente minaccia terroristica potrebbero corrispondere a precisi calcoli dell’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, n.d.r.), che vorrebbe offuscare l’Hdp (Partito Democratico n.d.r.) alle elezioni del 1 novembre“.

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Le rilevazioni effettuate dalla Gezici Research Company indicano che se circa il 46% dei turchi attribuisce al presidente l’intera responsabilità “per la confusione degli ultimi tempi” mentre il 40% accusa espressamente l’Hdp,  il 31% tende invece a incolpare esclusivamente l’Akp per tutti i mali che affliggono il paese.

La tornata elettorale indetta il 7 giugno scorso aveva regalato ai democratici filo-curdi una vittoria davvero insperata: infatti, a dispetto della misera percentuale di consensi ottenuti (13%), l’Hdp era riuscito per la prima volta a superare la fatidica soglia del 10% – indispensabile per  conseguire una rappresentanza  parlamentare  –  e a conquistare in tal modo 80 seggi.

La sua ascesa aveva però precluso ai rivali dell’Akp il raggiungimento della maggioranza assoluta: circostanza, questa, da cui era derivato il tramonto delle ambizioni di Erdogan, desideroso di estendere la propria autorità costituzionale oltre i limiti fino ad allora consentiti.

L’attestata incapacità dei partiti di individuare un compromesso atto alla formazione di governo allargato ha tuttavia reso improrogabile la convocazione di nuove elezioni, in un paese ormai dilaniato dalla violenza, dalla paura e dal sospetto. Il rinnovato accanimento di Ankara – in termini di persecuzioni, condanne  ed esecuzioni –  contro esponenti della minoranza curda presente in Turchia pare poi aver irrimediabilmente allontanato ogni speranza   di pacificazione nazionale.

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Nell’immaginario collettivo, nonostante l’ufficialità e la connotazione pacifista, l’Hdp continua ad essere assimilato al Pkk, già  tacciato di illegalità dai vertici governativi. In realtà il capo di stato turco non è si è mai rivelato in grado di dimostrare la veridicità di questa ipotetica connivenza, ma in un  territorio oppresso dalla mancanza delle più elementari libertà (inclusa quella di espressione), questo assume i contorni di un dettaglio del tutto secondario.

Le divergenze emerse in seno all’opinione pubblica, dopotutto,  ne sono una testimonianza diretta. “Erdogan vuole solo far comprendere  all’elettorato che la sua esclusione sarebbe nociva per il popolo e comprometterebbe un eventuale processo di pace“, ha scritto Levent Gultekin sul quotidiano online Dikien. “Non importa se l’Hdp tornerà o meno in parlamento: ciò che conta è il ruolo che avrà l’Akp“.

Finchè non deporrà le armi e troverà il coraggio di autosconfessarsi, il Pkk continuerà a incarnare un problema vitale per i politici curdi“, è la convinzione di Mehemet Metiner, ex leader di Hadep (Partito Democratico popolare), soppresso nel 2003 dalla Corte Costituzionale per sospetti legami con i guerriglieri. “L’Hdp è incapace di scindersi dall’organizzazione belligerante e di comprovare la propria autonomia. Ciò induce la gente a ritenere che non sarà mai capace di ottenere nulla. Pertanto, indipendentemente dai risultati elettorali, non credo che debba essere considerato incisivo”.

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Di diverso avviso Hisyar Ozsoy, esponente dei democratici curdi:La nostra presenza nei luoghi del potere è una condizione necessaria, sebbene non sufficiente per riprendere il dialogo bruscamente interrotto“, ha commentato. “Ultimamente il Pkk si è trasformato in un’entità combattente, quindi dovrà essere incluso nel processo consultivo. Sarebbe grandioso se l’Hpd trascinasse tutti i protagonisti di questa annosa vicenda intorno a un tavolo e li costringesse a discutere tra loro.  Dovrebbe però cominciare a esercitare le dovute pressioni su chiunque sia favorevole alla pace“.

Ma in merito a una possibile riconciliazione tra turchi e curdi, Ankara si troverà comunque costretta a individuare un interlocutore credibile con il quale poter avviare le debite trattative. Un dilemma che non potrà ignorare. Dal momento che il terrorismo resta comunque un crimine contemplato dalla costituzione, il Pkk non potrebbe affatto essere considerato  idoneo alle esigenze diplomatiche dell’iter negoziale.

La sola alternativa valida e razionale a disposizione del governo rimarrebbe perciò quella di affidare all’Hdp un incarico primario di mediazione con la controparte armata, come del resto era accaduto in occasione della tregua siglata nel 2013 (e violata nel luglio dell’anno in corso) con Abdullah Ocalan. E questo deporrebbe forse a favore  di un nuovo inizio, un capitolo ancora tutto da scrivere sulla travagliata storia della Mezzaluna.

Abdullah Ocalan supporters