A PROPOSITO DI GUERRA E DI PACE

fabio baldassarri

DI FABIO BALDASSARRI

Per un periodo, dal battaglione genio trasmissioni in cui ero inquadrato durante il servizio militare fui distaccato presso il comando della divisione “Legnano” che aveva sede a Bergamo. Un alto ufficiale che aveva preso parte all’avventura coloniale ed era stato anche in Albania durante la II^ guerra mondiale, appena seppe che venivo dalla provincia di Livorno mi suggerì di studiare la figura di Ilio Barontini di cui, quando giungevano voci della sua presenza in Etiopia al fianco dei ribelli abissini (lo chiamavano Paulus), aveva sentito parlare con sprezzo come di un senzapatria mentre, tornato in Italia, attraverso un amico aveva saputo che si trattava di un comunista costretto all’esilio dai fascisti, ad alcuni già noto per aver dato buona prova di sé nella guerra civile in Spagna.
Una sera – stava per lasciare l’esercito per raggiunti limiti di età – quest’alto ufficiale mi confidò: «Sai toscanino, il tempo che avrò davanti prima del “congedo definitivo” potrebbe anche essere considerato nient’altro che una licenza premio. Però… fu proprio nel corso di una licenza premio che capii quanto stava accadendo nel Paese che avrei voluto servire con onore, e così dovetti ricominciare tutto da capo.»
Quand’è morto (questo lui intendeva per “congedo definitivo”) seppi che dopo l’8 settembre del 1943 si era trovato da qualche parte al nord e, presa la strada dei monti, durante la guerra di Liberazione aveva comandato una formazione partigiana. Ferito e decorato per la sua partecipazione alla Resistenza non nascose le idee che nel frattempo aveva maturato e, forse, proprio per questo fu uno dei pochi ufficiali usciti dall’Accademia del Regio Esercito che, sebbene rimasti in servizio anche con la Repubblica, non furono mai promossi generali.