SPAGNA : ELEZIONI DIFFICILMENTE DECIFRABILI, LA PARTITA STAVOLTA E’ A QUATTRO.

Università degli Studi del Molise

DI ALBERTO TAROZZI

Diceva negli anni 70 Dario Fo che, ogni volta che incontrava uno spagnolo, gli veniva di abbracciarlo perché finalmente trovava qualcuno che viveva in un paese più sfigato dell’Italia.
La battuta circolava mentre Franco era ancora in vita e da allora di cambiamenti ce ne sono stati a quintali, ma anche oggi capita di comparare i due Paesi a incrementare o ridurre i sentimenti di frustrazione dei rispettivi abitanti.

Nell’immediata prossimità delle elezioni in Spagna varrà dunque la pena di ricordare che il premier Rajoy può per certo sbandierare un ben più consistente aumento del Pil, intorno al 3%. Un risultato che va però attribuito alla benevolenza Ue, che ha consentito alla Spagna, sottomessa a un commissariamento di fatto, di sfondare parametri per noi invalicabili e quindi di incrementare la spesa destinata agli investimenti.

Per il resto possiamo ancora abbracciare gli spagnoli che incontriamo per strada. Senza inoltrarci nelle fluttuazioni ”zero virgola” del mese per mese, gli spagnoli ci stanno dietro persino nel nostro proverbiale e drammatico tallone di Achille (la disoccupazione giovanile). Abissale poi, a nostro merito, la distanza in termini di disoccupazione in assoluto (tra il 10 e il 15% da noi, tra il 20 e il 25% in Spagna).
Fatto si è che anche l’indimenticato spread, sintomo di affidabilità di fronte a mercati finanziari, che dovrebbe risentire al massimo dell’allineamento spagnolo alla Ue, ci vede meglio piazzati di Madrid (102 Vs 115).

Un mezzo disastro per Rajoy dunque, mascherato da un mezzo successo, la ripresa del Pil, che segnala uno sviluppo profondamente ineguale.

Ovvio che in una situazione come questa il partito di governo sia destinato a crollare rispetto a un voto, quello del 2011, che lo collocava sopra al 44%.
Un piccolo recente effetto di rimbalzo preelettorale gli garantisce comunque la leadership in un quadro di sostanziale ingovernabilità: quattro partiti a dividersi un elettorato in cui il bipolarismo pare definitivamente tramontato.
Domenica sera la Spagna avrà il Parlamento più frammentato degli ultimi quarant’anni e si concluderà così un alternarsi al governo di popolari e socialisti, quanto meno al netto di possibili alleanze.
La sfida a due è diventata una sfida a quattro: aumenta l’incertezza.
Nei sondaggi il Partito popolare, in leggera crescita, naviga tra il 25 e il 30%, i socialisti stanno di poco sopra al 20%.
Sono incalzati dai movimenti civici anti casta, entrambi tra il 15 e il 20%. Podemos, nelle ultime ore, è in leggero aumento e Ciudadanos in leggero calo, quantunque, a quest’ultimo, i sondaggi attribuiscano un boom di consensi (oltre il doppio) impensabile fino a un paio di anni fa.

Impossibile dire oggi quale alleanza guiderà il nuovo governo, anche a prescindere dal numero dei voti conseguiti.
L’antiliberismo di Podemos e il neoliberismo soft di Ciudadanos qualificano i primi come possibili alleati del Psoe e i secondi dei Popolari; ma troppo recenti sono le campagne di entrambi contro la corruzione della partitocrazia tradizionale perché si possano pronosticare rapide conversioni alle logiche di una governabilità che coniughi il passato e il futuro, il vecchio e il nuovo.

Senza scatti di fantasia politica, o viceversa di opportunismo tattico, si profila una difficile situazione di stallo.

Mentre lo scontro sulla Catalogna, che chiede l’indipendenza, si fa sentire nel dibattito nazionale,…
ilsole24ore.com