DAVID BOWIE E IL MIO SENTIMENTO IN MUSICA

Davide Enia

DI DAVIDE ENIA

 

Trovai il testo e con il vocabolario, perdendoci un fottìo di tempo e sbagliando un buon 30%, mi tradussi ‘sta canzone, la prima del primo disco che ascoltai di Bowie. C’era già nel cantato qualcosa di disperato che mi lacerava. Poi, dopo l’annosa operazione di traduzione, avevo un buon 70% di testo corretto. Madò, pensai, ma parla della fine del mondo! La vera fine del mondo. Avevo 13 anni compiuti da pochissimo, c’era un caldo ca si moriva e le strade di Palermo erano impazzite come nella canzone. Sette anni dopo, mi entrò tutto il testo, merito di un Arcana comprato sui Navigli. E lì dentro ci sono delle cose che mi colpiscono sempre: la scena, potente e terribile, delle donna che picchia i piccirìddi, li avrebbe ammazzati se non fosse intervenuto il nero.

E la queer che vomita per uno spettacolo indegno di prostrazione. E la ressa alla piazza del mercato. E poi, i due versi più lancinanti di tutti, «My brain hurt like a warehouse, It had no room to spare », la testa che fa male come un magazzino -e per me che soffro di mal di testa era non solo liberatorio, era proprio il segno di un legame con chi, come me, soffriva di ‘sto dolore atroce e invalidante, la testa che fa male come un magazzino semplicemente perché non c’è più spazio disponibile per stipare roba dentro, e si sente la pressione e la pienezza del dolore- e soprattutto «I never thought I’d need so many people», perché non l’avevo mai pensato e invece, quando stavo male, ma male per davvero, ecco, mi risuonava in testa questo verso e il ritmo della batteria che porta avanti la canzone e mi sentivo un po’ meno solo al mondo, grazie a chi aveva messo in musica il mio stesso sentimento, anche se tra cinque anni tutto sarebbe finito per sempre.