LA NDRANGHETA MINACCIA NICOLA GRATTERI?

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DI FRANCESCA LAGATTA

 

I fatti sono i seguenti. Alcuni giorni fa due sconosciuti hanno bussato a un citofono dicendo di essere dei poliziotti e si sono introdotti nel palazzo. Gli inquilini dell’appartamento, non vedendoli arrivare, li hanno attesi dietro lo spioncino del portone, ma davanti ai loro occhi, anziché uomini in divisa, sono passati due o più malviventi incappucciati che, di tutta fretta, scendevano per le scale dal piano superiore a tutta velocità. Poi il nulla. Un episodio vile ma per fortuna senza conseguenze, che probabilmente sarebbe finito con una denuncia inoltrata alla Procura, come tante ne arrivano ogni giorno.

Invece la notizia è finita sui giornali destando non poca preoccupazione, perché il coinquilino del palazzo che aveva risposto alla chiamata dei due balordi, era niente meno che il figlio del giudice antimafia Nicola Gratteri, da anni sotto scorta. Si tratta di un atto intimidatorio, hanno ipotizzato i più, uno dei tanti modi subdoli della ‘ndrangheta per inviare messaggi alle sue vittime, in questo caso il Procuratore aggiunto della Procura di Reggio Calabria: sappiamo dove abita tuo figlio.

La Procura ha chiaramente aperto un’indagine per capire se si tratti veramente di una intimidazione riconducibile alla serata battaglia dell’uomo contro le ‘ndrine, o, si spera, “soltanto” del gesto meschino di persone disperate e in cerca di qualcosa o qualcuno da derubare. E in effetti, se i fatti si sono svolti davvero in questo modo, tutto lascerebbe pensare alla seconda ipotesi.

La stampa, invece, ha già sentenziato, ancora prima delle Procure: è stata la ‘ndrangheta. Come aveva decretato pure per lo Sporting Locri venti giorni fa, mettendo a segno una delle peggiori figuracce che si ricordino nella storia del giornalismo. E per essere sicuri che padre e figlio fossero veramente in pericolo, bene hanno pensato di rivelare i dettagli della vicenda, specificando la città in cui studia il ragazzo, a cui ora hanno già affidato la scorta, e l’università che frequenta. Così, ora, con tutta probabilità, sarà costretto a cambiarle entrambe.

In altre parole, l’editoria è in forte crisi e inventa la notizia anche quando non c’è, o, peggio ancora, come in questo caso, alza un polverone mediatico noncurante del pericolo a cui sottopone le persone coinvolte, tanto che verrebbe addirittura da fare un triste paragone: pur di non morire, ‘ndrangheta e stampa non guardano in faccia proprio nessuno.