FORUM ECONOMICO MONDIALE DI DAVOS 2016: PREVALE ILTIMORE DI UNA RECESSIONE MONDIALE

marisa corazzol

DI MARISA CORAZZOL

Ogni anno, nel mese di gennaio, la minuscola cittadina di Davos (12000 abitanti), situata nell’est della Svizzera, si trasforma per qualche giorno in un centro economico sotto la lente di ingrandimento del mondo intero. Il Forum economico mondiale di quest’anno, iniziato il 20 gennaio si concluderà sabato 23 e ha attirato 2800 personalità, fra le quali numerosi Capi di Stato e di Governo, oltre ad una folta schiera di Manager di grandi gruppi industriali ed economici. Manuel Valls, Alexis Tsipras, David Cameron e la Direttrice del FMI, Christine Lagarde fra gli altri.

Ma che cos’è il Forum di Davos? Tutto ha origine dal Forum Economico Mondiale, diventato una Fondazione a scopo non lucrativo il « World Economic Forum » – WEF). Fondata nel 1971 dall’economista tedesco Klaus M. Schwab – che presiede tutt’ora l’organizzazione – la Fondazione è finanziata da migliaia di grandi società che ne sono membri di diritto. Fra queste,spiccano ArcelorMittal, Google, Facebook, Total, Publicis, Sanofi, Engie, Veolia…

Descritta come « indipendente » e « imparziale » nei suoi Statuti, la Fondazione conta circa 500 dipendenti ed è diretta da un « Consiglio della Fondazione » composto da 23 membri, di cui la francese Christine Lagarde. Il ruolo della Direttrice del FMI è quello di « garante della missione, dei valori e della marca» della Fondazione, decisionale nella strategia dell’organizzazione, ed è, altresì, quella che ha il ruolo di nominare i nuovi membri. Ora, sebbene il regolamento della fondazione prevede che il Consiglio debba « tendere verso la parità dei sessi », conta appena sei donne.
La Fondazione dispone di un bilancio annuale di circa 200 milioni di franchi svizzeri equivalenti a più o meno 200 milioni di euro. Poco più della metà di questi fondi sono destinati all’organizzazione dei Forum (quello di Davos restando il più importante anche se non è l’unico), mentre l’altra metà serve alla remunerazione del personale, stando al rapporto annuale 2013 – 2014.

Per quanto attiene alle risorse, ogni Società aderente è tenuta a versare una quota annuale non inferiore a 40 000 euro, oltre che almeno 18 000 euro per il suo Presidente nel caso in cui questi voglia partecipare al Forum di Davos, ossia un totale di 60 000 euro.
I membri più importanti (e i più ricchi) possono diventare « Industry Associates », se versano oltre 100 000 euro, « Industry Partners », per oltre 200 000 euro, o « Strategic Partners » al di là di 400 000 euro. Questi regolamenti aprono il diritto a dei privilegi durante i Forum (riunioni e cene private, per esempio) e la possibilità di far partecipare tradotto nel “Courrier International”. Queste adesioni rappresentano il 39 % degli introiti della Fondazione, la maggior parte essendo garantita dai partner (sponsor).

Lo scopo del Forum di Davos, sin dalla sua prima edizione, nel 1971, è stato a lungo quello di promuovere un modello di Management Europeo – d’altronde si chiamava « European Management Forum » fino al 1987, data in cui è divenuto il « Forum Economico Mondiale». Il suo fondatore, Klaus M. Schwab, era stato « sedotto dal modello americano», come descritto ne « La sfida americana » dal francese Jean-Jacques Servan-Schreiber.
Oltre 400 grandi Manager europei hanno partecipato alla prima riunione che si è svolta Davos, scelta per la sua posizione geografica isolata e con il patrocinio della Commissione Europea. Secondo l’articolo 3 dei suoi Statuti, la Fondazione si adopera per «migliorare la condizione del mondo» attraverso « le collaborazioni fra pubblico e privato». A tal fine, i suoi membri hanno il compito di « identificare i problemi a livello mondiale, regionale e industriale, di cercare le soluzioni dei problemi e, quando possibile, creare dei sistemi di partenariato pe interagire allo scopo».
Ogni anno, quindi, diverse tematiche vengono selezionate per le numerose conferenze: nella scorsa edizione del 2015, per esempio, fu la volta della « quarta rivoluzione industriale», la situazione economica della Cina o, ancora, lo sviluppo sostenibile.
Oltre ai grandi Manager ed ai Capi di Stato e di Governo, dei rappresentanti della Società Civile (ONG, universitari, responsabili religiosi, personalità del mondo della cultura, ecc.) sono ugualmente presenti. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Svizzera sono i più rappresentati al Forum di Davos 2016.

Ma il suddetto Forum ha una ben triste reputazione. E’, infatti, considerato come la riunione di potenti e ricchi capitalisti – ed è in gran parte vero – che decidono sulle migliori modalità da attuare per difendere il metodo che meglio possa avvantaggiarli. « Tutti gli attori della competizione dei tempi moderni si ritrovano per professare la stessa fede nel liberalismo “di buona fede”: un mestolo di commercio internazionale a briglia sciolta e qualche cucchiaino di brodo di regole del gioco e dell’etica », scriveva in proposito Bernard Esambert, Ingegnere e Finanziere francese in “Une vie d’influence” edito da Flammarion.

« Non vi si deve vedere nient’altro oltre ad un macinino di caffè mondiale in cui delle persone si incontrano, chiacchierano, si stringono la mano, si scambiano delle informazioni e se ne vanno », affermava, altresì, Jacques Attali nel 2009 sul quotidiano svizzero “La Liberté”. Alcuni grandi manager, sebbene membri della Fondazione, come nel caso di Facebook o di Google non sono più regolarmente presenti ogni anno a Davos. Una delle principali multinazionali mondiali, la Apple, non è nemmeno aderente all’Organizzazione.

La composizione delle tavole rotonde ed i temi scelti nei dibattiti rispecchiano quindi tutte queste preoccupazioni. Gli organizzatori del Forum avevano avuto la buona idea di invitare una delegazione nord-coreana : inizio gennaio, però, hanno annullato l’invito, dopo l’annuncio di un test nucleare proveniente da Pyongyang.

Se la cancelliera tedesca, Angela Merkel e il presidente francese François Hollande hanno preferito non presentarsi a Davos, gli Stati Uniti, invece, hanno inviato il Vice-Presidente, Joe Biden e il Segretario di Stato, John Kerry. Ma la presenza di questi due « pesi massimi » della politica americana rende ancora più incongrua – per contrasto – la corsa in testa condotta per l’investitura repubblicana alla Casa Bianca dal miliardario Donald Trump,sostenuto ufficialmente anche da Sarah Palin, l’ex ispiratrice del Tea Party. « Una tale combinazione, su scala mondiale, di nativismo populista e di terrorismo affrancato è tutto tranne che degno di rallegramenti », commentava, pertanto, a margine del Forum, l’americana Anne-Marie Slaughter, esperta in politica estera.

Anche l’attore Leonardo Di Caprio non ha esitato ad intervenire. Avendo, infatti, ricevuto martedì sera un premio per il suo impegno a favore dell’ambiente, ha denunciato – davanti ad un parterre di uomini e donne d’affari – « l’avidità commerciale » delle compagnie di gas, di petrolio e di carbone, riscuotendo numerosi applausi.
Questo il suo intervento :
“Non possiamo lasciare l’ingordigia delle ditte di carbone,petrolio e gas di determinare il futuro dell’umanità’.
Il mese scorso, a Parigi, i leader del mondo hanno raggiunto un accordo storico per ridurre le emissioni di CO2. Questo e’ stato un importante primo passo, ma siamo ancora distanti dal poter gridare vittoria in questa lotta per il nostro futuro e per la sopravvivenza del pianeta.
Semplicemente non possiamo far si che l’ingordigia delle ditte di petrolio, gas e carbone continuino a dominare il futuro dell’umanità’. Queste entità’ non solo hanno interessi economici che le spingono a preservare questo sistema distruttivo, hanno anche negato e cercato di coprire l’evidenza del clima che cambia.
Basta. C’e’ di meglio. Il mondo lo sa. La storia piazzerà la colpa di questa devastazione direttamente ai vostri piedi.
Il nostro pianeta non potra’ essere salvato a meno che non lasciamo le fonti fossili nel sottosuolo, e’ solo li che possono stare. Venti anni fa parlavamo di dipendenza dalle fonti fossili. Adesso abbiamo la capacità’ di porre fine a questa dipendenza.
La sfida per tutti noi e’ di darci da fare. Lo dobbiamo fare per noi stessi, ma ancora di piu’ per le generazioni future che fanno affidamento su di noi”.
Ma, nella giornata di mercoledì, ossia nel primo giorno dei lavori del Forum economico mondiale di Davos, la crisi migratoria, soprattutto sotto i suoi aspetti economici e sociali, ha occupato buona parte delle discussioni fra i maggiori rappresentanti del sistema economico.
La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), Christine Lagarde, ha presentato un rapporto sulla dimensione economica dell’integrazione dei rifugiati in Europa, elaborato – ha tenuto a precisare – a seguito della richiesta dei ministri delle finanze dell’ Unione Europea, desiderosi del suo contributo di esperta in materia. Formalmente qualificata come « nota di discussione», lo studio – che si basa in gran parte sull’analisi delle trascorse esperienze di integrazione di rifugiati in Europa – sottolinea il ruolo “chiave” della loro integrazione che passa dal mercato del lavoro. Come l’OSCE, i ricercatori del FMI confermano che l’integrazione attraverso il lavoro, se rapida, ha un impatto economico positivo sulla crescita del PIL dei Paesi di accoglienza. La Signora Lagarde, dal canto suo, ha quindi evocato in uno « scenario ottimista », una crescita dello 0,5% per la Germania. Una crescita che può anche pesare in maniera significativa sulle finanze pubbliche compensando una parte del costo del budget per l’accoglienza dei richiedenti asilo e che potrà, quindi, « contrastare alcuni effetti negativi sui vari bilanci a causa dell’invecchiamento della popolazione europea”. La nota del FMI raccomanda, pertanto, misure di facilitazioni all’accesso dei rifugiati al mercato del lavoro, soprattutto con sovvenzioni da destinare ai datori di lavoro stessi. La nota è a favore anche di dotazioni finanziarie per la Giordania e per il Libano, Paesi che accolgono attualmente il più gran numero di rifugiati, con la Turchia.
Al di là degli aspetti economici, il grido dal cuore è giunto, però, dal Presidente tedesco, Joachim Gauck, il quale ha consacrato la totalità del suo intervento davanti al Forum in seduta plenaria, alla questione dei richiedenti asilo, poiché il suo Paese – la Germania – ne ha accolti ben oltre un milione nel 2015. Ha, pertanto, messo l’accento sulla necessità di limitare quest’afflusso di disperati : « E’ tragico, ha gridato Joachim Gauck, ma non possiamo, da soli, accoglierli tutti.»
« La solidarietà e la generosità» di cui hanno dato prova i tedeschi nel 2015 « non possono essere eterne», ha aggiunto. Queste dipenderanno « dal buon funzionamento dell’economia, dalle capacità strutturali di accoglienza e dalla volontà di integrazione degli stessi ».
Il Presidente Gauck non ha nascosto che « il processo di riflessione» innescatosi nella società tedesca a seguito delle aggressioni subite da numerose donne a Colonia e in altre città tedesche durante la notte di capodanno, rende ancora più urgente la riduzione del numero di rifugiati che in stragrande maggioranza provengono dal mondo musulmano e che il suo Paese è in grado di accogliere.
Ha altresì sottolineato lo “choc sociale” dell’integrazione durante un dibattito pubblico organizzato in un Auditorium affollatissimo del Liceo di Davos, al quale hanno partecipato il Vice Cancelliere tedesco Sigmar Gabriel ed il Primo Ministro svedese, Stefan Löfven, ambedue socialdemocratici e rappresentanti dei due Paesi in prima linea sulla crisi migratoria. In proposito, Sigmar Gabriel si è appellato al senso di « realismo» :
« Il realismo è guardare in faccia le sfide alle quali siamo confrontati. Abbiamo bisogno di una vera discussione, di riconoscere i problemi che tutto ciò ci pone e trovare soluzioni adeguate».
Per Sigmar Gabriel, le questioni concrete poste dalla massiccia accoglienza di emigrati e rifugiati sono « chiare come acqua sorgente ed il problema non è che non conosciamo le risposte : il problema è tutto nella volontà politica».

foto di Maryse Claire Corazzol Cordial.