IN ITALIA TUTTO È FERMO, L’ “ASCENSORE SOCIALE” È BLOCCATO DA ALCUNI DECENNI

guido melis

DI GUIDO MELIS

 “La Lettura”, inserto del “Corriere della Sera” (per la verità si paga a parte, e questo non è bene), ha pubblicato un paginone di Irene Brunetti molto interessante. Si intitola Italia immobile: il figlio dell’operaio fa ancora l’operaio. Porta molte tavole con dati e raffigurazioni accattivanti e colorate dei flussi che vuole documentare. Riguarda un tema decisivo per l’Italia di domani, sempre che l’Italia voglia crescere ed essere un Paese con un domani: la mobilità sociale.

Cosa è la mobilità sociale? Brunetti, sulla scorta dell’Istat, la definisce così: “è il processo che, in una data società, consente agli individui di muoversi tra posizioni sociali diverse”. Cioè quello che, con una terminologia più andante, definiamo talvolta “l’ascensore sociale”.

Per identificare i livelli di mobilità sociale si utilizzano indicatori diversi: il reddito, innanzitutto; poi il livello di istruzione; la ricchezza posseduta; la classe occupazionale (anche in relazione al “prestigio sociale” che ne deriva). “Quanto è mobile l’Italia, da un punto di vista occupazionale?” , si chiede Brunetti. I dati, questa volta della Banca d’Italia, consentono, sulla scorta dei bilanci delle famiglie, di confrontare l’occupazione dei padri con quella dei figli. Le classi occupazionali standard sono 7: disoccupato, operaio, piccolo imprenditore, lavoratore autonomo, impiegato o insegnante, libero professionista e manager. Il calcolo che si fa è quello della probabilità che ha il figlio di conseguire la classe occupazionale del padre o di superarla.

Il quadro di questa indagine è deprimente (“tutt’altro che promettente”, lo giudica un po’ troppo asetticamente Brunetti). C’è infatti oggi in Italia un generale peggioramento delle opportunità di pareggio o di superamento della classe occupazionale dei padri da parte dei figli. Ed ecco qualche dato: “i nati nei periodi 1967-76 e 1977-86 hanno una elevata probabilità di ritrovarsi in una classe occupazionale più bassa rispetto a quella dei propri padri. Considerando due individui, il primo nato nel periodo 1947-56 e il secondo nato nel periodo 1967-76, il cui padre svolga una occupazione da libero professionista, il primo ha una probabilità di svolgere un’occupazione più bassa (ad esempio impiegato o insegnante) pari al 15%, mentre la stessa probabilità per il secondo sale al 41%”. La tendenza è non più a salire nella scala sociale, ma a scendere. Le due generazioni, quella degli attuali sessantenni e quella degli attuali cinquantenni, sono divise da un profondo fossato: le prime hanno in genere migliorato, le seconde spesso peggiorato. Si è anche spezzata la catena tradizionale per cui comunque il figlio, se non migliorava, almeno ricalcava la carriera del padre. Oggi, se sei figlio di un piccolo imprenditore, bene che vada scendi un gradino e fai l’operaio. Se ti va male, sei disoccupato.

Conclude Brunetti: “L’Italia mostra quindi da un lato un basso livello di mobilità causato dall’aumento della persistenza in certe classi occupazionali, e allo stesso tempo un aumento della mobilità discendente. Tra le cause, il peggioramento delle opportunità tra i più giovani, che può essere imputato sia ad una minore equità nei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni, sia ai cambiamenti strutturali che il nostro sistema occupazionale ha subito negli ultimi decenni”.

Qualche considerazione (molto banale) a margine, adesso.

1) l’ascensore sociale è fermo, e non da oggi ma “dagli ultimi decenni”. Ora, limitandoci alla storia della società italiana del dopoguerra, noi abbiamo avuto almeno 2 periodi di forte incremento dell’ascensore sociale: quello degli anni Cinquanta e Sessanta, quando i figli degli operai hanno conseguito diplomi e lauree e si sono integrati nel ceto medio (“anche l’operaio vuole il figlio dottore”, diceva una famosa canzone del ‘68, “Contessa”); e quella degli anni Settanta e in parte degli Ottanta, quando questa spinta dal basso si è generalizzata, mentre progressivamente si trasformava il lavoro da industriale a terziario. Oggi questo meccanismo di integrazione si è bloccato, valgono di più le reti familiari-familistiche di cooptazione verso l’alto dei più agiati, si è ridotto il numero dei laureati (che è una sciagura anche a confronto con la statistica europea, perché ci precluderà la via della ricerca, fondamentale per la ripresa del Paese), c’è un generale aumento della disoccupazione giovanile (o di quella inoccupazione non registrata dai dati che costituisce però una condizione strutturale per una intera generazione);

2) da tutto ciò deriva inevitabilmente la sclerotizzazione, sia in termini anagrafici che di classe di provenienza, della nostra classe dirigente, il che ancora una volta è un handicap in confronto ad altri paesi europei e non europei.

Come se ne esce? Difficile formulare ricette. A spanne, e sapendo che non basta, innanzitutto ci vorrebbero politiche durature di integrazione sociale, che consentano a chi è più sotto nella scala dei redditi di far studiare i figli; e quindi più soldi alle scuole e un sistema di borse di studio, incentivi, premi ecc. che consenta di frequentare le università (le quali, anche loro, sono sotto scacco). Insomma, investire in istruzione. Poi se ne esce naturalmente con la ripresa dell’economia, unico vero volano che può rimettere in moto l’ascensore sociale (ma ciò comporta prima investire nella ricerca innovativa, curare la formazione tenendo conto delle nuove esigenze dei sistemi produttivi ecc. ecc.).

Ma tutto ciò – ovviamente – presuppone una politica nuova, che guardi davanti a sé. Sinora (e non parlo dell’oggi ma anche dell’ieri, almeno dagli anni Ottanta a questa parte) la politica, anche quella di sinistra che dovrebbe avere nel suo dna il progetto di rimettere in moto l’ascensore sociale, è stata largamente disattenta e impari al compito. Il mondo del lavoro tra dieci anni sarà profondamente diverso, ma non si vede neanche l’ombra di una analisi proveniente dal mondo politico e sindacale che tenga conto di di queste imponenti trasformazioni epocali (legate all’informatica, alla robotica, alla scomparsa definitiva dell’economia fordista.). Tutto tace. E intanto l’ascensore è fermo al piano terra.

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