GIULIO REGENI: UNA VITA SPEZZATA

 

DI ALESSANDRA PASTUGLIA

 E ti imbatti nella foto stampata sulla pagina sottile di un quotidiano. In una giornata qualunque. Mentre bevi il tuo consueto caffè e leggi distrattamente gli articoli, per abitudine consolidata; scorri parole, titoli, propagande, oroscopi, in cerca di un elemento in grado di trattenere e di imporre una sosta d’attenzione alla serialità di notizie vagamente noiose attinenti alla situazione economica e agli allarmi sociali. Poi, qualcosa, cattura. Un volto. Occhi dinamici, un sorriso aperto, una vitalità curiosa che traspare dall’immagine dispersa in una pagina anonima. E la lettura si approfondisce. Si prende il tempo. Giovane dottorando scomparso in Egitto. Il ragazzo, ventotto anni, conduceva studi sul diritto del lavoro e sulla situazione sindacale in Nord Africa, per concludere la sua tesi. Si era trasferito da mesi, per raccogliere elementi, notizie ed informazioni utili ad elaborare un lavoro originale, innovativo che fedele interprete delle contraddizioni presenti in una terra da contesto inaccessibile. Un ragazzo curioso. Un abile ricercatore di realtà sociali, di diritti inoperanti e di antinomie democratiche, che traduceva in articoli di conoscenza e di denuncia, pubblicati nel “Manifesto”. Una di quelle anime salve in grado di scegliere percorsi accidentati, dai contorni indefiniti, poco remunerativi e dotati di quella anonimia derivata dall’intraprendere lavori incapaci di produrre ricchezza immediata e tangibile. Uno studioso dei processi evolutivi e delle implosioni democratiche. Un giovane curioso, capace e volenteroso. Un’immagine rincuorante se confrontata all’astenia delle passioni e delle attenzioni sociali, alla povertà dei linguaggio e alla prevedibilità delle aspirazioni. Eppure l’immagine tenera di un ragazzo sorridente che tiene in braccio un gattino teso a mordicchiargli scherzosamente il contorno del volto, si infrange con la violenza traumatica e devastante dei fatti a seguire: il ritrovamento in un fosso, nella zona arida compresa tra il Cairo e Alessandria, del suo corpo seviziato, torturato, brutalmente denudato dalla cintola in giù. Ha l’orecchio mozzato, presenta ecchimosi, bruciature di sigaretta e puntellature in tutto il corpo; ha subito colpi e pugni in pieno volto. Trenta le ossa fratturate. Questi i segni della tortura. Queste le prove dell’odio, del disprezzo incarnato nella condanna all’agonia, ad una morte lenta, ad uno strazio perpetrato nei giorni, nelle ore, in ogni attimo di una vita strappata alla vita. Mille le ipotesi, altrettante le bugie e i depistaggi. Unico, il risultato autoptico: la ferocia delle sevizie. Il corpo ritrovato il 3 febbraio, si è dilaniato in giorni di sofferenza. I responsabili? Paramilitari, forse. Ignoti, per altri. Un incidente, secondo l’autorità governativa. Questa, la bugia più eclatante. Il ragazzo, uscito di casa, per raggiungere il suo tutor, è stato prelevato nei pressi della sua abitazione e da quel momento ne è stata cancellata l’esistenza. Quale verità drammatica si cela in tanto orrore? La paura delle idee, il desiderio di ridurre al silenzio, il piacere sadico nei confronti del dolore, la volontà di annientare le parole e le azioni, l’odio per la conoscenza, il disprezzo per la denuncia, il mito di un integralismo avulso da contaminazioni. La disumanità nei confronti dell’uomo. Impossibile trovare una spiegazione. Impossibile sapere con certezza ad oggi, cosa sia stato o cosa sia accaduto. Rimangono i fatti: le stigmate di dolore su corpo straziato del ragazzo, il pestaggio brutale, la volontà di cancellarlo, la sua vita spezzata, il sangue che imbratta idee e volontà. Rimane la disperazione della famiglia. Restano le bugie e i depistaggi. Rimane poco. Non rimane niente. O forse quanto più possibile: il sorriso tenero di un giovane ragazzo dallo sguardo profondo e vivace che tiene in braccio un gattino teso a mordicchiargli scherzosamente il contorno del volto.