LA GERARCHIA DEI SEGNALI DELLE SCARPE FEMMINILI

Carsi

DI FLORENZA CARSI

Per molte (per me sicuramente) le scarpe hanno un ruolo decisivo nella gerarchia dei segnali. Ho scarpe da corsa, tennis, barca, tutte con il loro perché e la loro femminilità (oltre alla mera funzionalità sportiva). Poi, scarpe dallo scopo sociale e professionale: mocassini, ballerine, stivali, decolleté, tacco, mezzo-tacco, a spillo o classico. Cui si aggiungono quelle ricevute in regalo. Tra queste, in vetta (quanto a quantità) quelle di provenienza materna (praticamente mai in linea con il mio stile).
La loro scelta è determinata dalla strategia materna che m’immagina (e spera) una figlia borghese, bella, elegante, dalla carriera avviata, morigerata nei costumi ma dai modi abbastanza ricercati da agganciare un bel marito signorile. Quella che io chiamo una mignotta-non-mignotta. Così (da lei) ricevo scarpe dal tacco medio (per non scoraggiare i bassini), classiche (per non spaventare i timidoni), poco appariscenti (per non scoraggiare i gelosi), da sciura milanese (per scoraggiare i tirchi). Siccome le figlie hanno il dono della fantasia e del riciclo, ho scoperto che le scarpette di mamma possono essere validamente abbinate a vestiti più provocanti di quello che la loro essenza suggerirebbe. Ne esce un accostamento in grado di riflettermi (abbastanza) fedelmente sul lavoro, dove tendo (perlopiù) a manifestare femminilità in modo tattico, a titolo di disturbo, insomma: se serve (quando serve). Anche perché, l’indistinto apprezzamento maschile non può essere d’interesse di per sé, tantomeno per una iena in carriera. Lo sguardo ai posteriori, per cortese ed automatica intercessione del tacco dodici, si va cercando raramente. Non perché non sia (talvolta) godibile la sensazione di esibire per arrazzare la mandria maschile, ma perché diventa un gran casino simile alla pesca a strascico, grazie alla quale si tira su di tutto, dalla lavatrice al polpo, dalla sogliola alla ventresca. Dopotutto, alle donne piacerebbe mirare. Ecco perché ho imparato a prediligere (in ambito professionale) le scarpe di mamma. Quelle apparentemente innocue da utilizzarsi con accostamenti che possono essere sviluppati (adeguatamente) in particolari situazioni (mignotta-non-mignotta, appunto).
Nel guardaroba, le mie campionesse (tra questo genere di scarpe) erano un paio di decolleté dalla fibbia argentata, punta dolce e stondata, mezzo tacco, in cuoio blu. Scarpe vezzose ma da professorina, da avvocatessa, da giovane medico. Ideali con un tailleur, o vestito scuro, corto, anni sessanta. Camicetta bianca. Mi piacevano.
Il fatto è che le ho perse tempo fa. Più precisamente: le ho (incredibilmente) lasciate in una camera d’albergo (di un collega).
Naturalmente, Pasqua in famiglia rappresenta l’occasione giusta per parlare del più e del meno. E, tra quel “più” e quel “meno”, anche per sentirsi chiedere dalla mamma che fine hanno fatto quelle belle scarpe dalla fibbiona grande-grande.
Ora, in questi casi, si dovrebbe glissare elegantemente (inventare balle). La verità non andrebbe detta per varie ragioni. Innanzi tutto, sono (ovviamente) fatti personali, privati, da adulti. Poi, imbarazzeresti qualche cugina, un paio di zie (compresa la zia Cristina). Infine, aizzeresti la mammina: la vedresti inalberata a concionare sulle perdute virtù femminili. Avrebbe conferma dei suoi peggiori timori circa le doti seduttive della (mala) figlia e l’uso alternativo (non calcolato) delle scarpette da suorina che regala. Ergo, non andrebbe detto. Non andrebbe. Detto.
Ma la vita di una figlia non può essere così drammaticamente disciplinata. Epppoi, quella volta, non ero neppure (quasi) fidanzata. Epppoi, la battaglia per una sana emancipazione femminile comincia in famiglia, per un paio di scarpe, per un velo in testa, per una minigonna, per un’allegra nottata. Quindi, perché privarsi di una bella baraonda? Così, ho fatto la festa delle donne a Pasqua (ho perfino visto zia Cristina ridere. Non succedeva da anni)