ISRAELE, LA QUESTIONE MORALE

paolo di mizio

DI PAOLO DI MIZIO

Nei giorni scorsi ha suscitato scalpore in Israele, e ha fatto il giro del mondo, un video in cui si vede un soldato israeliano ammazzare a sangue freddo un palestinese di 19 anni, che giaceva a terra ferito. Il militare gli spara un proiettile in testa, tra la totale indifferenza, per non dire noia, degli altri soldati e dei coloni ebrei lì presenti.

È da molto tempo che palestinesi e attivisti internazionali denunciano la pratica delle ‘esecuzioni extragiudiziali’, ovvero omicidi ingiustificati, ad libitum di un soldato o di un agente di polizia, in cui la vittima è sempre un o una palestinese. Ma questa è la prima volta che l’omicidio sia stato ripreso da una telecamera e il video sia andato in internet.

Il soldato è stato sospeso dal servizio e posto sotto inchiesta. Nel frattempo tutte le forze politiche israeliane, anche per voce di ministri, hanno rilasciato dichiarazioni tese ad assolvere in qualche misura il militare omicida. Una petizione lanciata in rete e sottoscritta, pare, da oltre 30 mila israeliani in due giorni, chiede provocatoriamente che al soldato sia conferita una medaglia al merito.

“È il punto più basso a cui sia sceso il razzismo israeliano” ha scritto un giornalista israeliano, Gideon Levi, da tempo sotto scorta perché minacciato a causa delle sue vedute ‘troppo liberali’ sulla questione palestinese.

Al di là di questo episodio, che pare essere solo la punta di un iceberg, non c’è alcun dubbio che violenze sistematiche e soprusi vengano perpetrati ai danni del popolo palestinese in quella che una volta si chiamava Palestina e che da 50 anni è interamente occupata manu militari da Israele. Forse, dopo mezzo secolo, è giunto il momento che le opinioni pubbliche occidentali s’interroghino sull’ormai insostenibile impunità che viene concessa allo Stato ebraico.

Il silenzio dell’Occidente è quasi una ‘licenza di uccidere’, mentre i governi israeliani, uno dopo l’altro, attuano una politica sistematica di occupazione di terre e case di palestinesi: sloggiati con la forza i legittimi proprietari, vi si insediano i coloni ebrei. È una pratica crudele, definita “illegale” da decine di risoluzioni dell’ONU e proibita dagli stessi accordi di Oslo che Israele ha sottoscritto e mai rispettato. Soltanto gli Stati Uniti, che pure contestano la politica degli insediamenti, la definiscono “illegittima” anziché “illegale”, edulcorando il lessico.

Sullo “Stato ebraico” (così si autodefinisce in una legge recente, che di per se stessa implica pieno diritto di cittadinanza soltanto agli ebrei, rivelando la natura razziale dello Stato e legittimando l’esistente regime di apartheid) pesa un ricorso al Tribunale Internazionale Penale dell’Aja. Il ricorso è stato avviato, in un’ultima mossa disperata, dall’ANP, l’agonizzante Autorità Nazionale Palestinese. I crimini contestati sono “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”, così come definiti dalle convenzioni e dai trattati internazionali.

Tra i “crimini di guerra” imputati a Israele ci sono i fatti dell’estate 2014, quando per cinque settimane continuative sulla minuscola Striscia di Gaza – uno dei territori più fittamente abitati del pianeta – furono lanciate migliaia di bombe, comprese a quanto pare bombe al fosforo bianco, che sono armi chimiche vietate da tutte le convenzioni. Furono ammazzati oltre 2.200 palestinesi, quasi tutti civili, uomini, donne e bambini. I bambini uccisi, secondo i calcoli dell’ONU, furono 550, spesso colpiti nei bombardamenti e cannoneggiamenti notturni contro ospedali e scuole, queste ultime utilizzate come dormitori per i senza tetto. Oltre diecimila i ferriti, molti dei quali resi invalidi per il resto della loro vita. Oltre centomila le persone senza più un’abitazione.

Tra i “crimini contro l’umanità” vi è non solo l’imprigionamento dei bambini (perfino bambini di cinque anni!), ma anche e soprattutto la pratica delle ‘punizioni collettive’, vietata dalle convenzioni di Ginevra ma esercitata regolarmente da Israele. Un esempio di ‘punizione collettiva’ si verifica allorquando un palestinese è ricercato dalla polizia e sospettato di un crimine. Le autorità, ormai con un riflesso automatico, ordinano la demolizione della casa del sospettato e delle case dei suoi congiunti più prossimi (fratelli, sorelle, cugini), gettando in ulteriore miseria intere famiglie. Ciò avviene senza che le accuse al ricercato siano state comprovate da un regolare processo.

In un tempo in cui abbiamo a che fare con uno spietato terrorismo internazionale, con gente che taglia la gola ai prigionieri o li brucia vivi in una gabbia (come accaduto a un pilota giordano catturato dall’ISIS), non possiamo permetterci che l’unico paese del Medio Oriente che si richiama ai valori occidentali e che si autoproclama “l’unica democrazia del Medio Oriente”, sfiguri in modo così oltraggioso il patrimonio morale che l’Occidente, pur con tutti i suoi difetti e le sue colpe, ha creato nel corso di quasi tremila anni di storia e di sofferenze. Non possiamo permetterci, in altre parole, che Israele sia la brutta immagine di tutti noi.

foto di Paolo Di Mizio.