RICORDI ROMANI PER L’AMICO FRANCESCO

Matteo Nucci

DI MATTEO NUCCI

“Sei un ruffiano malinconico. E la tua bottega è la Suburra”. Ripetevo così e lo ripetevi anche tu e ti faceva ridere. Passavamo per la stradina illuminata dalle luci giallognole nella notte. “Arriviamo al passetto. Accompagnami” hai detto. “Lo hanno riaperto per me”. Ridevo e ti sfottevo. “Per te, France’, ovvio, proprio per te, ma va”. “Certo, Matte’, guarda”. Poi ci affacciavamo sulle rovine del Mercato Traianeo e ti appoggiavi e ripetevi l’epiteto. “Il Ruffiano Malinconico”. Perché ti era piaciuto così tanto che ti avessi chiamato così? Avevo un’idea ma non c’era bisogno, in quel momento, di approfondirla. “La sua bottega è la Suburra”. Anche questo ti piaceva. E stavolta era più facile. Perché non era Monti, il rione in cui eri cresciuto, ma la Suburra. Era una Roma che andava oltre ogni tempo e oltre ogni storia, una Roma astratta ma costituita di cose molto concrete. Le potrei enumerare e la lista non finirebbe mai perché si andava dalle enoteche agli alimentari, dalle trattorie a ogni negozietto, tutti i posti in cui fermarsi. Tutti i posti dove entravi, tiravi dritto fingendo di non reagire a nulla anche se si vedeva benissimo come la pensavi, dallo scintillio folgorante degli occhi. Tutti i posti dove entravi, sollevavi la cinghia della borsa di pelle a tracolla, un gesto preciso, sempre lo stesso, ponderato, nessuna concessione alle novità. Appoggiavi la borsa alla sedia ci passavi le mani sopra e dicevi “ao’”. Ma non c’erano solo i posti. C’erano le persone, ovviamente. Gli amici e le amiche di ogni genere e tutte le storie. Le storie di chi era andato lontano e le storie di chi era caduto, di chi si era rovinato la vita con il gioco e di chi con l’eroina e di chi con le puttane. Le storie di chi si era rovinato la vita, quelle soprattutto ti interessavano perché contenevano più romanzo, più avventura e dicevano anche qualcosa di imponderabile sull’essere umano che ti sfuggiva sempre. Ma poi le persone che cercavi erano altre. Avevi un atteggiamento moderato, disponibile, aperto, e ti faceva ridere quanto io fossi drastico e mi chiedevi di sospendere il giudizio, ma poi eri tu quello che sapeva benissimo chi meritasse disprezzo. Eppure non c’erano solo le persone e i posti in cui incontrarle. Non era solo questo la Suburra. Nella Suburra c’erano soprattutto pietre. Quello che resta di noi. Le pietre di cui sapevi ogni cosa. I sampietrini di via Panisperna che sbucano tutti in uno spostamento innaturale come se li avesse rivoltati un movimento del sottosuolo e invece sono le maestranze straniere che non possiedono più l’arte, oppure certe crepe dei palazzi antichi, certi abusi edilizi che ti piacevano e altri che non ti piacevano affatto, quella che una volta era la tipografia Staterini, il muro dell’Angelo Mai, certe pietre agli angoli dei vicoli, e certe pietre che raccontavi e nessuno aveva mai visto perché appartenevano a sottosuoli antichissimi che tu avevi esplorato, ma quando? Non approfondivo, ci sarebbe stato tempo per farlo. Ma le pietre restavano e si trasformavano e quando ci affacciavamo sul Passetto e ti appoggiavi alla barra di ferro che è il parapetto stringendola, non c’era più nulla da dire. Quelle erano le pietre più famose ma non erano le uniche. Erano tutte le pietre a cui dovevamo abituare l’occhio e solo la luce di Roma può farcele vedere. La luce del giorno, ovvio, ma ancora meglio quella notturna. Le luci che possono illuminare Roma, la tua Roma, la mia Roma, la nostra Roma magnifica e implorante, ecco quelle luci, di notte, possono esaltare il silenzio della città che dorme, una città che tu hai visto più di tutti, meglio di tutti, in questi anni, in cui milioni di ignoranti si divertono a declamare la fine di Roma. Guarda, senti l’odore dei pini? Certo che si sente l’odore dei pini. Passiamo lungo la via Alessandrina, ti accompagno fino a lì.

Andavi a prendere il tram. Io non ho mai viaggiato sul tram con te ma è come se lo avessi fatto mille volte. Quelle migliori sono le volte in cui sei tornato indietro al capolinea, hai fatto tutto il giro, tutto il giro intero perché ti eri addormentato. Che cosa vedevi, Francesco, dormendo, in quei giri turistici notturni di una Roma deserta? Che sognavi? Sognavi tutte le tue pietre, sicuramente. E tutte le tue donne. E tutte le pietre preziose che avevi mostrato alle tue donne, in improbabili uffici del sottosuolo, in stanze polverose illuminate da una di quelle lampade antiche che non devono sparire, non devono assolutamente sparire, o sui banchi dei mercatini, nelle piazzette e nelle strade di Porta Portese, ogni angolo dove c’era un mercanteggiamento di fronte a cui valesse la pena fermarsi. Sognavi ragazze che avevi dimenticato, eppoi ti affannavi a ricordare l’anno, la stagione, la data di nascita, perché eri un patito delle date di nascita e dei mesi e delle stagioni. E chi era quella donna che avevi visto una volta eppoi era ricomparsa e silenziosamente avevi conquistato eppoi non avevi visto più? Silenziosamente. Ecco. Come la Roma silenziosa, assurdamente silenziosa, di quei vicoli calpestati dalle tue scarpe eleganti, i sampietrini che echeggiavano fino al passetto, via Alessandrina e piazza Venezia, così eri tu quando avevi deciso di volere una donna. C’era chi ti sfotteva e diceva che eri uno stronzo, che fregavi tutte non parlando e che il segreto del tuo straordinario successo era il silenzio, perché stavi zitto e loro chissà cosa si aspettavano, ma era solo una tecnica. In verità non era una tecnica. Era la tua Roma. Il disincanto della tua Roma in cui, tra pietre e pietre, quasi non servono più parole. Però poi tocca usarle, le parole, tocca usarle eccome e allora le usavi. E raccontavi. Erano racconti interminabili, pieni di particolari, pieni di divagazioni, parentesi, infinite descrizioni a volte quasi in tempo reale. C’erano odori, pietre, terra, cieli, stanze, spazi intollerabili e distese immense. C’erano i racconti su quella stanzetta buia in cui entrasti salendo i gradini che ogni romano per essere davvero romano deve salire. E c’era la baracca sul Tevere dove avevi accompagnato Rani, l’intellettuale siriano del San Calisto e lì dicevi che non eri potuto restare, non ce l’avevi fatta, perché lui era felice di mostrarti casa sua, ossia i cartoni in cui si era creato uno spazio, sotto al ponte, un raffinato giaciglio zeppo di libri attorno, ma chi ti aveva salutato quella notte davanti alla baracca di Rani era un topo di dimensioni apocalittiche, con un ghigno orrendo, che ti aveva guardato in faccia nella notte e ti aveva fatto ciao, ciao, proprio così raccontavi, Francesco. Ti aveva fatto ciao ciao col suo ghigno mefistofelico e allora no, gli avevi detto a Rani che andavi, che lo salutavi e lui ci era rimasto male. Per un po’ non ti aveva parlato più perché non avevi accettato quella cosa magnifica che era la sua accoglienza araba. Ma c’erano mille racconti. C’erano i racconti della malavita che frequentava certi mercati notturni e quegli uomini e quelle donne che ti affascinavano e io lo definivo il tuo sordido romanticismo e tu ridevi e ti piaceva quell’espressione ma meno del ruffiano malinconico, molto meno. E perché ti piaceva essere chiamato così? Volevo rispondere o no? Perché ti piaceva tanto quell’epiteto? Io avevo alcune idee. Mi sembrava chiara la storia della Suburra e della tua bottega, ma il ruffiano? Non rispondevo e non te lo chiedevo. Mi bastava immaginare che la tua bottega era fatta di tutti gli attrezzi che sono gli attrezzi della Suburra, non solo i tuoi strumenti da orologiaio, non solo le lenti, i meccanismi, le microscopiche rotelline che mi mostravi come se io potessi capirci qualcosa. Erano gli strumenti della Suburra, il centro del centro di Roma e questo era chiaro perché tu sei stato il più grande romano che io abbia amato, perché ti amavamo anche noi uomini, Francesco, e tu lo sapevi, certo, ti amavamo tutti noi amici e tu lo sapevi e sapevi che era una cosa gigantesca e non se ne poteva poi parlare, aprivi la borsa, tiravi fuori altri strumenti, altre carte, altri fogli, libricini, la storia di Beatrice Cenci che ti interessava così tanto, o altre storie ancora, storie etrusche, sbucate dai misteri della lingua etrusca, storie romane. Ma ti amavamo noi uomini e ti amavano le donne. E tu svicolavi da tutte le gelosie che calamitavi inesorabilmente da anni e anni, parlando dell’unica donna che conoscesse la chiave. Arrivavi da me e mi facevi: “Mattè, mi ha chiamato mia madre. Dice: che fai France’ stasera? Le ho detto che stavo a Monti. Lei mi dice: France’ ho preparato il tortino di alici. Le ho detto: sto a veni’, ma’, sto a veni’. Te saluto, Matte’, se vedemo domani”. Ecco come io mi sono innamorato di te. Non per i tuoi silenzi. Ma perché ti denudavi e poiché conoscevi tutti i proverbi romani, una volta, mentre chiacchieravamo davanti all’enoteca, hai detto “Matte’, ricordatelo: chi c’ha mamma nun trema”. Era proprio così. A un certo punto, il romano vero ammette la più grande delle fragilità apparenti e quando lo ammette diventa talmente umano, talmente vero che non c’è più errore, colpa o menzogna che possa condannarlo. Avremo anche fatto tutti gli errori del mondo, ma siamo esseri umani, come potremmo non farne? Siamo esseri umani e noi romani sappiamo guardare a tutto questo con il nostro disincanto, con l’amarezza dell’ironia romana, con la dolcezza che era la tua dolcezza, Francesco, la dolcezza con cui dicevi chi eri e cosa cercavi e cosa ti faceva bene e cosa ti faceva male. Un’umanità imprendibile. Chi c’ha mamma nun trema.

Perché ti piacesse tanto essere chiamato ruffiano malinconico credo di averlo capito solo adesso e non posso dirtelo più. Ma forse mi senti. Non abbiamo parlato di questo, perché ci siamo denudati e ci siamo amati come solo gli amici si amano e perché ci siamo detti tutta la nostra fragilità ma non fino a parlare di cosa sarebbe stato ora. In questi ultimi mesi in cui sei stato il mio più grande amico e sei stato capace, forse senza saperlo, di liberarmi da tonnellate di merda, ci siamo detti mille cose ma non quest’altra. Perché era impensabile e imponderabile, ovviamente. “Ho ricominciato a bestemmiare Matte’. Ma sai com’è? Tu devi saperlo. Noi che bestemmiamo, quando bestemmiamo, riconosciamo che deve esserci ‘sto dio. In fondo non possiamo non dirci cristiani”. Allora volevi certe immagini dei miei viaggi e quella che ti è piaciuta di più era quella del Cristo del Cachorro, il Cristo scolpito nel legno a immagine e somiglianza del ragazzo chiamato Cachorro, il giovane di Triana, “uno che a Roma avremmo chiamato Er più” hai detto e avevi ragione: uno di quei ragazzi belli e forti e screanzati e arrogantelli che credono di dominare un quartiere ma non è così, e il Cachorro morì accoltellato, e il suo amico lo vide morire e mentre moriva gli vide il viso trasformato e quel viso scolpì nel legno di una delle statue più belle e famose che dominano la Semana Santa di Siviglia. Lo hai messo nella borsa di pelle e abbiamo parlato di altro. L’ultima volta che ci siamo visti, Francesco, ho riconosciuto nei tuoi occhi acquei gli occhi acquei del Cachorro. Eri lì e non dicevi nulla e io non dicevo nulla e tu avevi visto in faccia la morte e mi hai detto “Speriamo che ne vengo a capo, Matte’, parti domani ma quanto stai fuori? Una settimana? Una settimana è tanto. Se non ce la faccio, dovrai tornare con un volo d’urgenza”. Mentre morivi ero per strada, in una strada buia e pensavo a tutto quello che non sarei riuscito a dirti, a farti vedere, a farti conoscere. L’odore dei fiori di azahar a Siviglia a marzo. La taverna dove si beve la migliore retsina di Atene. Il locale sotterraneo di Madrid. Le tre città di cui avevamo parlato infinite volte e su tutte Atene, con le strade di Metaxourghio che sembrano piene di malavita e sono le strade più tranquille del mondo, e tu volevi quelle strade e quella taverna e ci saremmo andati presto se solo fossi stato un po’ meglio e invece no, non ci andremo più. Pensavo a tutti i posti dove non andremo mai e mi è sembrato di capire improvvisamente perché tu amassi quella definizione e la ripetessi sempre. “Il ruffiano malinconico”. È un epiteto che in realtà non ha a che fare con le donne. Ma con la malinconia della conoscenza. Perché il ruffiano malinconico è uno che conosce uomini e donne, uno che vuole conoscerli di continuo e dunque sa come metterli insieme, sa come accoppiarli. Ma la malinconia inevitabilmente accompagna questo sapere, destinato a finire come tutte le cose umane. Tu riconoscevi uomini e donne e quello a cui ti dedicavi sempre era conoscere. Perché come i veri romani tu eri divorato dalla curiosità. Dall’amarezza della curiosità, anzi. Da quella sensazione che prova chi sente davvero sulla pelle che non si può conoscere tutto. E che non serve, in fondo, andare fino a Siviglia, Madrid o Atene. Un’amarezza che spinge l’uomo curioso, romano, malinconico a fermarsi in una parte della sua città per esplorarla in ogni angolo, come tu hai fatto nella Suburra. Allora però ho capito anche un’altra cosa. Non era solo la Suburra, ossia questo spazio di case, vicoli, luoghi dal passato infinito e chissà quale futuro. Era invece proprio il sottosuolo. Ciò che è sotto. Come avevo potuto non capirlo? Era ciò che è sotto la città. Tu che eri stato un tombarolo e ti eri infilato nelle cavità dei tuoi amici etruschi, eccoti qua la cavità suprema, quella che è sotto i sampietrini e che poi è sotto tutti noi e che è sotto le pietre delle nostre vite brevi, sempre troppo brevi, nelle oscurità misteriose dei nostri segreti, sotto tonnellate di terra e merda.
Ti sarà lieve la terra, Francesco. E ti saranno lievi le tue pietre e tutti i misteri che hai di continuo indagato. Sei stato il migliore amico che io potessi trovare in questi ultimi anni. Mi piacerebbe che lo sapessi e forse ora lo sai. Ma è l’impensabile e l’imponderabile che non abbiamo mai indagato. E su cui forse volevi dire qualcosa. Forse volevi dirmi qualcosa? Io ho pensato, in questi giorni, che quel qualcosa abbia a che fare con quella che è stata la tua Itaca. Quella che in questi mesi hai capito che è stata la tua Itaca. “Se devo morì tanto vale che vivo, Matte’” dicevi ogni tanto, superandoti. Eppoi in un pomeriggio in cui dormicchiavi me lo hai lasciato capire senza freni. Hai detto: “Sai Matte’ quando ti senti un mozzico al core? Quella cosa che sentivi da bambino che te fa’ veni’ na specie de brivido. È un mozzico ar core. Ecco. È l’amore infinito di tua madre da bambino. L’ho sentito stanotte, me so’ svejiato, l’ho sentito che stavo pe’ piagne. È bellissimo”. Ti saranno lievi tutte le tue pietre preziose, e anche gli odori che le pietre non hanno ma li hanno lo stesso, Francesco, e tu lo sai.

ITACA

Se ti metti in viaggio per Itaca
Augurati che sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi
O Posidone incollerito:
nulla di questo troverai per la via
se tieni alto il pensiero, se un’emozione
eletta ti tocca l’anima e il corpo.
Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,
e neppure il feroce Posidone,
se non li porti dentro, in cuore,
se non è il cuore a alzarteli davanti.
Augurati che sia lunga la via.
Che siano molte le mattine estive
In cui felice e con soddisfazione
Entri in porti mai visti prima;
fa’ scalo negli empori dei Fenici
e acquista belle mercanzie,
coralli e madreperle, ebani e ambre,
e ogni sorta di aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.

Tienila sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni;
e che ormai ricco attracchi all’isola,
ricco di ciò che guadagnasti per la via,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.

Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non saresti partito senza lei.
Nulla di più ha da darti.

E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così esperto e saggio.
Avrai capito tutto ciò che Itaca significa.

(C. Kavafis. La fotografia di Francesco è di Ilaria Mancia)

foto di Matteo Nucci.