PROIETTI : VI RACCONTO IL MIO SHAKESPEARE

Leonardo Jattarelli

DI LEONARDO JATTARELLI

C’è sempre una prima volta. Anche per l’incontro con William Shakespeare. Anche per Gigi Proietti che nel ’54, quando Gassman recitava al Valle il suo Amleto diretto da Luigi Squarzina, non aveva ancora compiuto 15 anni e Shakespeare per lui era l’ “archetipo”: «Tutti citavano questa parola, “archetipo”, e lo feci anch’io» sorride. L’immensità del genio lo travolse a teatro «nel primo incontro operativo, diciamo, di mestiere: un Coriolano nel ’69 diretto da Antonio Calenda. In quegli anni – racconta l’attore – collaboravo molto con lo Stabile dell’Aquila e decidemmo per questo testo ostico di Shakespeare insieme con Mario Scaccia e Roberto Herlitzka». Ieri, nell’anniversario dei 400 anni della morte del Bardo, mentre non solo in Inghilterra si moltiplicavano manifestazioni, programmi tv e radio, convegni, Proietti ci ha regalato il racconto della sua esperienza shakespeariana.
Cosa ricorda della messincena del Coriolano?
«Si tratta di un testo straordinario, uno di quelli che conserva un valore alto più a livello letterario che drammaturgico. E come spesso accade nelle sue opere, il protagonista non è quello “sdraiato sul titolo” come si dice in gergo teatrale ma ci sono i grandi cattivi, spesso in Shakespeare capaci di diventare addirittura simpatici. Coriolano è uno che tradisce e che paga. Prima ancora però interpretai una piccola parte nel Mercante di Venezia con la compagnia di Paolo Stoppa e Rina Morelli. Ricordo che eravamo al Valle, allora lo Stabile romano, l’Argentina era chiuso».
Poi si è allontanato o il genio di Stratford-upon-Avon in qualche modo l’ha sempre accompagnata?
«L’interesse è stato continuo anche se ad un certo punto ho trovato la mia strada che si è solo apparentemente disgiunta da quella iniziale. Il mio Kean di 20 anni fa, ad esempio, è una summa di monologhi shakespeariani che raccontano la sua vita. Quando Kean deve insultare qualcuno usa anche le parole di Shakespeare. Perché l’insulto di Shakespeare è deflagrante».
Come arrivò poi all’idea del Globe Theatre a Roma, a Villa Borghese?
«Fu una grande impresa, iniziata tredici anni fa e che tuttora suscita enorme interesse, oltre cinquantamila presenze a stagione. La scommessa era quella di far avvicinare soprattutto i giovani alle opere shakespeariane. Un’operazione non didattica ma diciamo di conoscenza dei testi e di rispetto della struttura drammaturgica delle sue opere. Perché in altri teatri si può tentare la rilettura bizzarra, al Globe no».
Ha rischiato l’approccio “antico” e ha vinto
«Può essere anche antico, ma ”torniamo all’antico e faremo progresso” diceva Verdi. Di Shakespeare può parlare un anglista, un intellettuale, un critico ognuno a suo modo. Ma chi si occupa di una messinscena deve tener conto di tutti gli aspetti. Ad esempio non conosciamo perfettamente la lingua del Bardo: un grande attore affermava “beati coloro che possono tradurlo”. Un po’ come per noi oggi Machiavelli. Ma anche questo è il fascino del genio».
E i giovani l’hanno seguita…
«Una vera meraviglia. Abbiamo fissato prezzi bassissimi, 7 e 10 euro. E se nel Globe di Londra nella parte sottostante si deve restare in piedi, a Roma i ragazzi si siedono sui cuscini. Tre ore di fila a vedere Re Lear, una vera emozione. In giro c’è un grande interesse per la conoscenza in generale e noi abbiamo il dovere di rispondere».
Lei una volta ha detto che Shakespeare è rock…
«Potrei anche dire che è popolare ma sarebbe una inutile definizione. Perché c’è tutto il millennio teatrale nei suoi testi. E resiste il mistero sulla sua figura; alcuni dicono potesse essere un italiano, un messinese in particolare perché Scuotilancia, questa sarebbe la traduzione letterale di Shakespeare, è un cognome che in Sicilia si ripete».
E poi c’è, da sempre, il dubbio amletico di Proietti. Porto o non porto Amleto a teatro? A che punto è con la soluzione?
«La mia resistenza ad Amleto è di vecchia data, proprio perché è la summa del suo pensiero e della sua drammaturgia. Lì dentro c’è tutto e il contrario di tutto, come è il suo teatro: non offre risposte ma pone domande, senza moralismi. Quest’anno volevo farlo. Ma con tutta probabilità la prossima stagione sarà quella decisiva. La mia prima volta. E voglio dirigerlo con molta, molta cautela».
Si aspettava maggiore partecipazione in Italia per un anniversario così importante?
«Sinceramente sì. Noi al Globe facciamo estati da 13 anni con Shakespeare e mi aspettavo di più dal resto del Paese. Forse c’è stato qualche convegnuccio, ma per il pubblico? C’è una resistenza sempre più resistente, sarei curioso di conoscerne i veri motivi».
Anche perché l’attualità delle sue opere è sempre sconcertante
«Prendiamo il significato del potere, ad esempio. Rileggevo proprio in questi giorni “Misura per misura”. Ad un certo punto un personaggio si chiede: “E’ giusto che dei ladri vengano giudicati da altri ladri?“. Ecco.»
Il tutto espresso in forma poetica…
«Nelle opere di Shakespeare c’è la drammaturgia della tragedia greca, c’è l’anticipazione della psicanalisi di Freud: i personaggi non sono mai così fissi perché lui ha scavato nelle coscienze, nell’inconscio. Nello stesso personaggio convivono il bene e il male».
E niente effetti speciali
«La descrizione, in Macbeth, della foresta che avanza, lascia ogni volta i giovani a bocca aperta. All’arte della parola, della scrittura, non serve altro».

Leonardo Jattarelli (da Il Messaggero)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

foto di Leonardo Iattarelli.