UNA RIFLESSIONE SULLA STORIA ITALIANA CHE PARLA ANCHE DI OGGI

guido melis

DI GUIDO MELIS

Interessante, suggestivo, a tratti persino sorprendente. Sono tre aggettivi insoliti per un libro di storia economica, ma questo lavoro di Emanuele Felice (classe 1977, professore nell’Università Autonoma di Barcellona, autore di saggi come Divari regionali e intervento pubblico e Perché il Sud è rimasto indietro, entrambi editi dal Mulino) li merita tutti. “Ascesa e declino. Storia economica d’Italia”  è una storia economica di ampio orizzonte (macroeconomica, certamente, sebbene con molte incursioni nella dimensione micro: settori, aree geografiche, imprese, uomini, innovazioni, eventi). Si apre con un maestoso capitolo introduttivo, al modo delle grandi panoramiche della scuola delle Annales, dedicato alla penisola italiana dall’antica Roma all’età moderna (“Una prospettiva millenaria” è infatti il titolo); si assesta poi su una cronologia più tradizionale, derivata dalla storia politica (origini ottocentesche, Italia liberale, guerra mondiale e fascismo, dopoguerra, ricostruzione e miracolo, anni di fine secolo, primi anni Duemila..), senza mai rinunciare tuttavia a qualche repentino cambio di passo, come quando – riferendosi a grandi interpretazioni in auge del passato recente – propone periodizzazioni differenti, introduce più lunghe durate, indica cesure di taglio diverso. Infine la tesi (per lo meno quella principale) che riassumerei così: dopo un lungo periodo caratterizzato dalla crescita (con ritmi diversi, accelerazioni e rallentamenti, a partire dall’ultimo Ottocento attraverso tutto il Novecento, per lo meno sino ad arrivare agli anni Settanta), l’economia italiana sembra oggi tornare, all’orizzonte più fermo che ne ha segnato la lunga storia nell’età post-romana e nel Medioevo, sino almeno a tutta l’età moderna: cioè al declino. Dalla posizione di quarta o quinta potenza mondiale, il Belpaese recede al gruppo dei secondi classificati e forse, se non si porrà riparo, anche più indietro.

Il libro – va detto subito – non scava nuove fonti. Lo storico appassionato alla ricerca di inediti qui troverà poco materiale per le sue indagini. Piuttosto si basa su una sapiente mobilitazione di grandi serie storiche e dati macroeconomici accorpati (specialmente le grandi serie statistiche) e analisi generali che appartengono invece alla esperienza più recente della storia economica: la produzione, la demografia, l’emigrazione e l’immigrazione, i livelli di alfabetizzazione e scolarizzazione. Felice sa far parlare le cifre, le sa mettere a confronto tra di loro. Esamina le conclusioni degli studiosi (Cipolla, Rostow, Gerschenkron, De Rosa, Sereni, Romeo, Nitti, Padoa-Schioppa, Fenoaltea, Ciocca, Caracciolo, Bonelli, Barucci, Ruffolo, Amatori, Salvati, Trigilia, Macry: la lista dei suoi “debiti” è interminabile) e le discute, le seziona dall’interno, le conferma o talvolta le contesta. Introducendovi correzioni, integrazioni, spessissimo (quasi sempre) ponendo interrogativi. Una rilettura intelligente dello stato degli studi, ma non meramente espositiva però: piuttosto attenta a proporre chiavi di lettura inedite, comparazioni mai tentate prima. Ne vengono una serie di domande, alle quali Felice cerca di dare risposta. Ad esempio: quando, dopo il collasso dell’Impero romano, ritornò in Italia una sia pur timida prospettiva di sviluppo? Intorno al X secolo, dice Felice, quando i boschi cedettero di nuovo terreno alle coltivazioni e le campagne recedettero di fronte all’espandersi delle città. Nasceva l’Eur5opa moderna. Da allora lo sviluppo, per lo meno nel modello occidentale, tornava a coniugarsi strettamente con la forma della civiltà urbana. Un lento progresso, diffuso, prendeva corpo; ma su di esso però si abbatterà nel 1347 una catastrofe inimmaginabile: la peste nera importata dall’Asia, che sterminerà in Europa circa 25 milioni di persone, un terzo della popolazione del continente. Catastrofe demografica terrificante, spiega Felice riassumendo i dati: ma al tempo stesso una straordinaria opportunità di cambiamento, di diversa ripartizione delle risorse, di felici squilibri e riequilibri tra aree geografiche. La rottura, anche la più dolorosa e traumatica, gioca cioè come un fattore ambiguo: distruggendo, semplifica e in certo modo purifica, dando linfa al nuovo che nascerà. L’esempio della peste nera, nelle prima pagine, prelude a una serie di altri, illuminanti casi, che sembrano punteggiare, come una sorta di tracciato sotto le righe, la ricostruzione che Felice ci propone della storia economica d’Italia. Per dirla con una battuta: il ritardo non sempre si risolve in arretratezza; o anche: non sempre lo squilibrio agisce solo in negativo; la debolezza non sempre costituisce un handicap (per lo meno nel breve periodo).

Ciò è chiarissimo (qui però Felice segue le orme di una intera generazione di storici) nel caso della prima industrializzazione italiana (1899-1915), quando concorsero al “big spurt” (così lo chiamava Gerschenkron) proprio alcuni fattori “negativi” quali il ritardo (il late comer, l’Italia dell’Ottocento, poté abbreviare i tempi della sua rivoluzione industriale, importando modelli organizzativi e tecnologia dall’estero), o la scarsa diffusione dell’impresa sul territorio della penisola (la concentrazione solo al Nord fu decisiva per il primo balzo in avanti). Lo Stato, che una storiografia molto radicata ha spesso interpretato come la palla al piede dello sviluppo, ne rappresentò invece (dimostra Felice, citando Bonelli, Amatori ed altri) la “stampella” ineliminabile. Gli enti pubblici di generazione nittiana (con al centro l’azione di un formidabile innovatore quale fu Alberto Beneduce) ne costituirono la nervatura fondamentale.

E tuttavia qui Felice compie uno di quegli scarti che sono tipici del suo metodo: osserva che proprio da quell’eredità virtuosa delle origini (poi degenerata nel secondo dopoguerra, quando il capitalismo pubblico assunse i difetti di quello privato) derivò la debolezza del modello italiano nella seconda parte del XX secolo: la troppo lunga e invasiva sopravvivenza di un’industria privata “assistita”; la scarsezza cronica dei capitali raccolti in borsa; l’assenza di grandi strategie tra le due guerre mondiali e dopo; lo Stato “debole” con i forti e “forte” solo con i deboli; i costi troppo elevati del dualismo tra Nord e Sud. Soprattutto le istituzioni pubbliche conquistabili dagli interessi; nonché – sebbene sopravvenuta più tardi – la permeabilità di quel sistema nel suo complesso nei confronti dell’assalto alla diligenza della politica clientelare. Pagine amare, in qualche misura controcorrente (esiste, è esistita e un po’ tutti forse vi abbiamo concorso, una certa retorica dello Stato imprenditore alla quale siamo tutti affezionati), che preludono agli ultimi capitoli del libro, dedicati al “declino” italiano.

Gli anni 70 e 80, scrive Felice, introducono la lunga crisi che sopravviene nell’ultimo decennio del XX secolo e prosegue nel primo del XXI. Qui l’analisi, da macro torna a farsi circostanziata. L’autore muove dal 1973-74 (crisi petrolifera seguita alla guerra del Kippur), coi suoi effetti deprimenti sul Pil. “Come reagisce l’Italia di fronte a questa crisi?” – si domanda. E la risposta: “Ancor più che in altri paesi avanzati, superata la fase più acuta del 1974-1975 anche da noi l’orientamento generale è quello di una politica espansiva, per sostenere i redditi: in virtù di aumenti salariali e incrementi della spesa pubblica, l’inflazione non viene arginata, ma, al contrario, rimane a lungo fra il 15 e il 20%”. Inflazione all’interno, svalutazione della lira per garantire le esportazioni: su questo mix si basa la risposta alla crisi. Sullo sfondo l’acutizzarsi di tendenze già esistenti, “strutturali”: il mercato del lavoro fuori controllo, l’espansione del modello di welfare italiano verso l’assistenza (da cui l’aumento del debito pubblico), la debolezza mostrata dalla grande impresa, la sua scarsa capacità innovativa. Secondo Felice proprio in queste risposte (o non risposte) alla crisi risiede la chiave del declino: esse – scrive – “orientarono l’Italia verso un modello di sviluppo strutturalmente diverso da quello proprio dei paesi avanzati; un modello le cui ricadute negative si paleseranno, con forza crescente, a partire dagli anni novanta”.

Nel 1975 intervenne in questo quadro l’accordo sindacati-Confindustria (presidente Gianni Agnelli) che prevedeva la riforma della scala mobile, cioè l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione. Nel 1979 l’Italia aderì allo Sme, accettando i vincoli all’inflazione che ciò comportava. Del 1980 è la prima, grande stretta deflattiva e del 1981 “il divorzio Tesoro-Banca d’Italia” che dava a quest’ultima la responsabilità principale nel contrasto dell’inflazione. Segue un concitato periodo di crisi politica. Nel 1992 il primo governo Amato abolisce la scala mobile. L’inflazione, che nel 1980 era al 21%, nel 1993 sarà scesa al 4%.

Sembrerebbe – nota Felice – che la strategia scelta a metà degli anni Settanta abbia dato i suoi frutti. In realtà – aggiunge sulla scorta di Michele Salvati – si sarebbe trattato di una “stabilizzazione incompleta” o “semiconflittuale”. Lo avrebbe dimostrato la successiva ulteriore crescita impetuosa del debito pubblico, alimentata da politiche di spesa irresponsabili (tra le quali Felice cita per prime quelle delle Regioni, istituite con capacità di spesa ma senza responsabilità sulle entrate), dalle scelte di fondo compiute sulle pensioni facili e dalla sregolatezza di un ceto politico, specie locale – dice Felice – incapace di autocontenersi (meno severa è l’analisi della spesa sanitaria, nella quale pure non mancarono – avverte – sprechi ingenti).

Venivano al nodo – sostiene Felice – le tare strutturali dell’“età dell’oro” , tra le quali la eterna questione del Mezzogiorno e quella, altrettanto eterna, di una pubblica amministrazione del tutto inadeguata al livello raggiunto dall’economia nazionale. La quinta potenza industriale del mondo aveva piedi di argilla. Le riforme tentate (quelle dei “rami alti” con le varie bicamerali, e quelle dei “rami bassi”, da Giannini a Cassese, con l’epilogo non del tutto risolto delle leggi Bassanini) non furono in grado di rovesciare la performance negativa delle istituzioni. Il Paese affrontò la tempesta, dopo decenni di navigazione in mari benigni, senza un timone e una bussola sicura (fuor di metafora senza una politica e un sistema istituzionale adeguati). Né naturalmente valsero a invertire la tendenza le illusioni legate alla parabola Berlusconi: ulteriore patologia, piuttosto che non rimedio fisiologico alla crisi del sistema.

Nelle conclusioni del libro, Felice ritorna agli accenti dell’incipit: l’Italia – scrive – ha conosciuto nella sua storia millenaria, più di chiunque altro, un alternarsi tra fasi di prosperità e di declino. Sulla base di un noto saggio di Michele Salvati (Perché non abbiamo avuto (e non abbiamo) una classe dirigente adeguata, 2003), l’autore prova a elaborare, in una tavola che occupa un’intera pagina tra le ultime del libro, un suo modello. È un esperimento interessante: un tentativo di individuare sul lungo periodo le costanti del caso italiano. Vi figurano il contesto internazionale, il fattore socio-istituzionale, le risorse mobilitabili nel lungo e nel breve periodo (a cominciare da quelle energetiche e dal capitale umano), nonché naturalmente le politiche economiche e la loro “resa” concreta nelle condizioni storiche ed economico-sociali date. Lo schema meriterebbe una discussione a sé. Ha ragione Felice quando nota (come fa nelle pagine finali del suo saggio) che lo sviluppo si verifica per la coincidenza di più fattori, di lungo come di breve periodo. E che, soprattutto, “non è acquisito per sempre”.

Aggiunge poi – e qui mi pare stia la vera conclusione – che in determinati momenti occorre che vi sia “un principe” (l’Italia del Risorgimento, nota acutamente, ebbe il suo nel conte di Cavour, lo perse subito dopo l’unificazione, ma poi lo ritrovò nel binomio Giolitti-Nitti, motori politici della prima rivoluzione industriale; e così via). Lascia intuire, proprio nelle ultime righe, che il principe potrebbe essere rappresentato oggi dall’Europa e dalla sua capacità attrattiva nel formare, dal di fuori (ma anche Cavour così altro era se non un fattore esterno all’Italia di allora?), una nuova, giovane classe dirigente.

Accadde così nel Risorgimento, quando venne in prima linea una classe politica giovane radicalmente diversa da quelle degli antichi Stati; formatasi nella temperie del romanticismo europeo. E nel secondo dopoguerra, quando le grandi ideologie sovranazionali (il marxismo, l’universalismo cattolico, il liberalismo di modello europeo) furono le levatrici, attraverso la dura scuola del carcere fascista o dell’esilio, della classe dirigente che guidò la giovane Repubblica. Perché non potrebbe succedere di nuovo?

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