IRAQ. “COLLUSI CON IL DAESH”: CRESCE L’INSOFFERENZA GENERALE NEI CONFRONTI DELL’OCCIDENTE

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DI RITA A. CUGOLA

Arsenali,  mezzi pesanti e strumentazioni supertecnologiche, programmi di addestramento militare a beneficio dei vari nuclei combattenti, almeno cinquemila incursioni aree volte a distruggere target jihadisti: una missione costata oltre sette bilioni di dollari che non è tuttavia servita a sfatare lo scetticismo autoctono.

Nell’ultimo biennio gli attacchi condotti dalle unità della Combined Joint Task Force  guidata da Washington si sono rivelati determinanti nella lotta condotta da Baghdad allo Stato Islamico. Eppure molti iracheni ancora diffidano delle reali intenzioni occidentali (il ricordo del caos scaturito nel 2003 dalla caduta del regime baath’ista di Saddam Hussein  è ancora vivido nella memoria collettiva).

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In base ad alcune rilevazioni ufficiose effettuate nel 2015 dal Dipartimento di Stato Usa, si evince infatti che  circa il 40% della popolazione resta convinta che  “abbiano inventato il jihadismo per creare scompiglio nel territorio e ottenere il controllo delle risorse naturali presenti (i giacimenti petroliferi innanzitutto, n.d.r.), mentre circa un terzo ritiene che “sponsorizzino il terrorismo e l’Is in particolare“.

Illazioni generate d’altronde dall’ondata cospirazionista abilmente orchestrata da Teheran (principale supporter dei miliziani e dei partiti sciiti) attraverso un fitto network mediatico  che la Casa Bianca, malgrado i 10,67 milioni di dollari spesi finora, non è ancora riuscita a intaccare.

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Gli Stati Uniti e i loro partner mirano chiaramente a indebolire  il mondo arabo e la sfera sciita“, ha argomentato Atheer al-Tariq, responsabile di al-Ahad tv (canale satellitare riconducibile ad Asaib Ahl al-Haq, gruppo armato filoiraniano). “Stanno cercando di destabilizzare l’Iraq e i paesi limitrofi per poter continuare a vendere armi, costruire basi miliari e consolidare  l’influenza in tutto il Medio Oriente“.

Esternazioni opinabili, ma apparentemente avvalorate dalle riprese televisive recentemente realizzate da alcuni inviati al fronte: “Visionando quelle immagini ho notato episodi strani, che confermano la mia teoria“, ha precisato. “Lo scorso aprile, mentre le nostre forze di sicurezza stavano pianificando l’assalto a Tikrit, due elicotteri della coalizione hanno provveduto a evacuare i guerriglieri. Inoltre, nel corso di una successiva manovra finalizzata alla riconquista della raffineria di Beji, i piloti alleati hanno paracadutato mitragliatrici, munizioni e cibo sulle zone occupate dagli integralisti. Sarebbe illogico ipotizzare errori di calcolo da parte di uno stato riconosciuto universalmente culla della scienza e della tecnologia“.

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Alla propaganda denigratoria hanno notevolmente contribuito anche certi  video di dubbia provenienza apparsi sui social media: filmati che in pochi istanti pretenderebbero di dimostrare la collusione statunitense con i fondamentalisti. Ma qualche granata con propulsione a razzo e un discreto numero di scatolette di Mre (“meals, ready-to-eat“) reperite entro i confini  del Daesh o l’intimazione diretta a un guerrigliero catturato dai governativi (“Togliti gli stivali: appartengono all’esercito degli Stati Uniti“) non bastano a convalidare una tesi alquanto azzardata  e tendenziosa.

Non va dimenticato infatti che due anni fa, subito dopo la proclamazione del Califfato da parte del leader supremo Abu Bakr al-Baghdadi, le truppe islamiste si erano affrettate a sequestrare  ingenti quantitativi di strumenti bellici altamente sofisticati (pertanto rimasti inutilizzati) e svariati equipaggiamenti  ceduti dal Pentagono in dotazione ai contingenti iracheni.

Molti stanno traendo vantaggi dalla disinformazione”, ha osservato il colonnello Steve Warren, portavoce della compagine internazionale. “Iraniani, russi, radicalisti hanno quotidianamente qualcosa da obiettare. Speriamo, insieme alle autorità di Baghdad, di riuscire presto a intervenire nel dibattito. D’altronde siamo qui per debellare l’Is, non per distribuire Mre“.

U.S. Army Soldiers of the 4th Stryker Brigade Combat Team, 2nd Infantry Division patrol through Rashidiyah, Iraq, Oct. 6, 2007. (U.S. Army photo by Staff Sgt. Russell Bassett) (Released)

In ogni caso gli iracheni non paiono affatto inclini a cambiare opinione sulla presenza dei marines nel paese: tra il 2014 e il 2015 l’indice di gradimento in tal senso sarebbe sceso dal 38 al 18%. “Gli americani sanno perfettamente che sussiste il forte condizionamento dei partitici politici”, ha minimizzato Abu Muhammed, libraio della capitale. “I media nazionali mancano di professionalità e perciò è solo una questione di ideologia. D’altro canto è quasi impossibile ignorare le accuse che gravano sugli Usa, perché  le alleanze sono confuse. Spesso combattono addirittura contro i gruppi sponsorizzati (un riferimento esplicito a quanto sta avvenendo in Siria relativamente ai curdi, considerati invece terroristi dalla Turchia, membro autorevole Nato. n.d.r.)”.

Sostanzialmente però la maggioranza dei cittadini  respinge  l’idea che una grande potenza mondiale non sia in grado di sradicare l’estremismo islamico. “Hanno rovesciato Saddam con una rapidità incredibile e quindi mi domando come mai non siano ancora riusciti a sconfiggere l’Is. E’ semplicemente paradossale“, ha esclamato Falih, che ha preferito avvalersi dell’anonimato parziale.

Lo sguardo perso nel vuoto, la mente afflitta da mille interrogativi, l’uomo si lascia avvolgere dal fumo di quell’ennesima sigaretta stretta nervosamente tra le dita.

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