CAMERON E LA BREXIT. VENTI DI GUERRA IN EUROPA? RAGIONIAMONE

fabio baldassarri

DI FABIO BALDASSARRI

David Cameron é due volte che evoca scenari terribili in caso di uscita del Regno Unito dall’Unione europea. In un discorso al British Museum di Londra, il premier britannico ha detto, addirittura, che l’uscita dalla Ue potrebbe mettere a rischio «la pace e la stabilità del Continente». Il discorso di Obama, il sostegno di Hillary Clinton, le parole che vengono pronunciate a favore della permanenza nella Ue dalle cancellerie occidentali (contro la Brexit si è espresso persino il cinese Xi Jinping) evidentemente non funzionano come Cameron avrebbe gradito.

Viene da porsi una domanda: è la reale esistenza di scenari che mettono a rischio la pace e la stabilità del Continente, a indurre Cameron a evocarli per contrastare l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, oppure solo una sua rispettabile ma pur opinabile preferenza? Se si pensa al monito che pochi giorni prima papa Bergoglio ha lanciato all’Europa, propenderei per la prima ipotesi. Il papa, però, resta un capo religioso seppure di una chiesa che si vuole universale. Cameron, invece, è il premier di una grande nazione che è la prima e principale alleata della potenza che dalla fine della II^ guerra mondiale ricopre (piaccia o non piaccia) il ruolo centrale in Occidente: gli Usa. Quindi, forse, qualcosa di più ne sa.

Allora usciamo un attimo dalle diatribe interne al partito di Cameron (il partito conservatore) con l’ex- sindaco di Londra Boris Johnson che lo contrasta sul piano della fede europeista e vediamo se, al di là delle personali idiosincrasie (e relativa propaganda), c’è qualche ragione seria che induce il premier britannico a contrapporsi agitando una prospettiva tanto terribile come la guerra in Europa. Sia chiaro, i fatti a noi noti sono pochi perché, al di là di ciò che troviamo sulle cronache dei giornali – spesso più per i dolori e i problemi posti dall’instabilità e dai conflitti, che per le ragioni e le responsabilità che li determinano – li conoscono più che altro le cancellerie e i servizi d’intelligence che, però, non dimentichiamolo, in Gran Bretagna dispongono di lunga esperienza e notevole pratica operativa.

Dei fatti maggiormente delicati e incombenti (ovvero quelli che vengono prima, durante e dopo i dolori e i problemi posti dall’instabilità e dai conflitti regionali che a noi è dato di conoscere) ce ne sono anche di quelli che potremmo prendere in considerazione persino noi ma che, al contrario, passano troppo inosservati. Un fatto significativo, per esempio, a me pare il discorso che ha pronunciato il premier russo Vladimir Putin il giorno del Den’ Pobedy, la Giornata della Vittoria sulla Germania nazista che 71 anni fa chiuse la «Grande guerra patriottica» con l’Armata Rossa che metteva piede a Berlino al costo di 27 milioni di vite umane, per un terzo militari.

Si legge su Il Corriere della Sera dell’11 maggio scorso, ma anche su altri quotidiani, che Putin nell’occasione ha pronunciato un discorso distensivo dicendo: «La Russia è pronta a lavorare a un moderno sistema di sicurezza non basato su blocchi contrapposti». Epperò la notizia è stata oscurata dal fatto che, nel frattempo, la Nato stava rafforzando le proprie posizioni nei paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania, e lungo gli Urali, in Ucraina) spostando influenza, basi militari e missili nucleari sempre più in là rispetto a dove stavano prima del crollo del muro di Berlino. Da qui il combinato disposto delle prevedibili reazioni che è lecito aspettarsi da un leader come Putin, che della “realpolitik” ha fatto mestiere fino a considerare (cito ancora Il Corriere) il crollo dell’Unione sovietica «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».

Faccio notare: non per la dissoluzione di un ordinamento (il governo dei soviet), ma per una questione di carattere geopolitico Putin ha sempre considerato il crollo dell’Unione sovietica una grande catastrofe. Il che significa che quando dice che «La Russia è pronta a lavorare a un moderno sistema di sicurezza non basato su blocchi contrapposti» non ignora per niente le ragioni che portarono la Russia a reagire ogni volta che si trovò ad affrontare potenze aggressive: si trattasse di Napoleone Bonaparte o di Adolf Hitler, e a combatterli a prezzo di enormi perdite, al comando delle forze armate russe ci fosse lo zar Alessandro I° o Joseph Stalin.

Il discorso di Putin, perciò, potrebbe essere compreso come un messaggio distensivo ma anche come una specie di ultimatum se la guerra in Medioriente continuasse a spese della Siria sua alleata, dell’instabilità non desiderata in molta parte d’Africa, delle periclitanti elezioni presidenziali Usa e di iniziative, sia sul piano delle alleanze commerciali (il TTIP) che delle alleanze politiche (area latino-americana), che sembrano presupporre un rimescolamento delle carte sgradito sia alla Russia che alla Cina.

Ma la cosa non finisce qui, perché mentre noi modesti osservatori avvertiamo rischi e pericoli, alcune cose nel frattempo avvengono e, anziché concretarsi in iniziative conclusive sul piano della pace (ripeto: vedi la Siria), pongono in movimento avvenimenti da inedita guerra fredda col susseguirsi di esercitazioni militari della Nato ai confini della Russia, mentre la Russia risponde con manovre navali nel Baltico o terrestri ai confini degli Urali. Non mi spingo oltre, tantopiù senza particolari strategici e militari di cui non dispongo né potrei disporre. Ma intanto vorrei rilevare che alle ultime manovre ai confini con la Russia, il premier britannico Cameron sembra non abbia voluto partecipare e, successivamente, abbia reso le dichiarazioni di cui quest’articolo ha dato conto all’inizio.

C’è qualche ragione in più da considerare per comprendere una tale scelta da parte di Cameron? Credo di sì. C’è il tempo di reazione a un eventuale attacco in aree così ravvicinate che sembra sia diventato di tre minuti, ovvero il tempo entro il quale, qualora un obbiettivo strategico non risponda più perché colpito da armi nucleari, la risposta è automatica, generata attraverso piani predisposti con tecnologie informatiche avanzatissime. Allora altro che truppe, o gli scudi spaziali di Reagan, la valigetta al seguito di un Trump fuori dalle righe e di un Kim il Sung in delirio d’onnipotenza! Non più la scelta di premere o non premere il bottone diventa pericolosa, ma il meccanismo in sé, l’automatismo. Non ci sarebbe tempo nemmeno per un ‘ultima comunicazione con il telefono dalla linea rossa.

Bisognerebbe allontanare questo rischio dai confini più pericolosi, creare zone cuscinetto, ridare all’uomo il tempo di esercitare il proprio raziocino e, allora, proprio l’Ue potrebbe essere, anziché il problema la soluzione o parte essenziale della soluzione. Credo, cioè, che adesso siano in molti ad essere preoccupati e, semmai, a compiacersi non certo della dissoluzione della Ue, ma di un’idea diversa e più forte della Ue. Solo che, affinché ciò avvenga, occorrono passi in avanti e non passi indietro come (segnala esplicitamente Cameron) se ci fosse la Brexit. E Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra, vada dunque a farsi fottere. Oggi, sindaco nella City è Sadiq Khan, laburista, musulmano di origine pachistana, figlio di un conducente di autobus e di una sarta. Questa è una delle cose che dovrebbe indurci, tutti, a ragionare meglio.

Ecco che da Londra ci viene, insieme a un po’ di understatement (e nell’Italia di oggi ne servirebbe molto), anche la dimostrazione che se solo si volesse ce la si potrebbe anche fare.

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