DAESH. DIFFICOLTA’ FINANZIARIE E DISERZIONI IN AUMENTO: LA FASE CRITICA DEL JIHADISMO

rita a. cugola

DI RITA A. CUGOLA

Credevano davvero di poter essere integrati in un’organizzazione meritocratica, rispettosa delle regole, in grado di riscattare la Ummah (o comunità islamica) da un passato contraddistinto da umiliazioni e oppressione da parte dell’Occidente. Confidavano in un sistema  che conformemente alla sacra legge sharaìtica avrebbe saputo ripristinare ordine, prosperità, stabilità e giustizia in una regione martoriata da un conflitto civile di immani proporzioni.

Gli Usa e relativi partner declamavano di voler combattere il terrorismo, ma per noi era solo un pretesto per ucciderci. L’Is sembrava il solo a difendere e rappresentare i musulmani nel confronto in atto tra l’Islam e i suoi antagonisti“, ha raccontato un disertore di Deir e-Zor.

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Molti erano poi convinti che le autorità islamiste non sarebbero rimaste insensibili alle esigenze economiche di una popolazione afflitta da costante povertà e carenza occupazionale (la Siria detiene tuttora il tasso di disoccupazione più alto del mondo arabo).

Del resto, in confronto alle cifre mensilmente elargite dai nuclei armati locali quali Fsa (36 dollari), forze armate regolari (63) o Jabhat al-Nusra (100), il salario base previsto per i combattenti islamici (50 dollari che grazie a importi aggiuntivi di pari entità  per ogni moglie, parente stretto o schiava e di 35 dollari per ciascun figlio oscillava generalmente tra i 400 e i 1200 dollari) rappresentava un incentivo non indifferente al fini dell’adesione alla causa califfale.

Io lavoravo, ma ero costretto a sgobbare 12 ore al giorno per pochi spiccioli che non servivano neppure a  comprare il pane. Così, per evitare ulteriori stenti alla mia famiglia avevo deciso di unirmi all’Is“, ha chiarito un ex guerrigliero.

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Determinante ai fini delle scelte individuali si era rivelata anche l’opportunità di contribuire attivamente, per vendetta o ideologia, alla lotta contro il regime dell’odiato presidente Bashar al-Assad: “Il mondo aveva ormai voltato le spalle alla Siria ed eravamo sicuri che solo i radicalisti avrebbero potuto contrastarlo“, si è sfogato Ammar, un dissidente emigrato in Turchia. “Il dittatore aveva  ucciso i miei familiari  e quindi volevo rivalermi  impugnando le armi contro di lui. Non ero certo l’unico nella provincia“, ha raccontato invece un pentito di Homs.

E se alcuni si erano limitati a rincorrere prospettive finanziarie allettanti ma scevre dai rischi insiti nelle battaglie (in termini sia amministrativi che di esperienza militare lo Stato Islamico ha sempre dedicato molta attenzione  al recrutamento del personale, quasi esclusivamente siriano, preposto alla dirigenza), altri (in prevalenza criminali  o prigionieri di guerra) avevano scorto nell’establishment jihadista, sedicente fautore dell’amnistia a favore dei potenziali proseliti, l’unica possibilità di scongiurare il carcere o la morte.

A fronte di libertà e garanzie di vita, la partecipazione al dawarat istitaaba (specifico corso d’addestramento) era apparso un prezzo equo da pagare. “Non sono mai stato d’accordo con l’Is“, ha ricordato un veterano del Fsa, “ma il gruppo a cui appartenevo era stato sgominato dagli islamisti nella zona di al-Hasakah. Non potevo scappare, mi sentivo in trappola, sapevo che mi avrebbero ammazzato se non mi fossi affiliato“.

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Invece sono rimasti delusi. Violenza brutale, disparità retributiva rispetto ai foreign fighters provenienti dal continente europeo o dagli stati del Golfo Persico (beneficiari di trattamenti privilegiati), senso di emarginazione crescente: speranze disattese in un battito di ciglia. Sono bastati pochi anni per intuire la vera essenza del Daesh, entità non statuale disumana e profondamente anti-islamica.

Una realtà di fronte alla quale molti  siriani hanno preferito indietreggiare, magari con l’intento di  confluire in altre formazioni armate (il Free Syrian Army in primo luogo) oppure fuggire definitivamente dal paese in cerca di condizioni esistenziali migliori.

Il Daesh si sta gradualmente indebolendo. I vertici hanno sempre sostenuto di voler annientare la tirannide di Damasco ma si sono dimostrati altrettanto dispotici. Vedo che continuano a ostacolare  la realizzazione sociale precludendo ai media l’indipendenza e  ricorrendo sistematicamente a torture efferate. Insomma, mi hanno mentito. E perciò  non li perdonerò mai“, ha precisato un  transfuga nativo di Idlib.

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E a dispetto dei proclami istituzionali in base ai quali “non esistono differenze tra ricchi e poveri, forti e deboli” e “nessuno”, tantomeno i poliziotti,  “deve azzardarsi a ostentare preferenze di alcun tipo, pena un castigo proporzionale all’hadd (colpa, n.d.r.)”, la corruzione seguita a dilagare ovunque.

A ciò va aggiunta la connotazione  di inviolabilità attribuita ai mujhaideen giunti nel regno dai quattro angoli del pianeta: “Se desideravano qualcosa di particolare venivano immediatamente accontentati, senza limiti di spesa. Eppure guadagnavano il doppio di noi siriani“, si è lagnato Khaled, veterano del conflitto. Elementi più che sufficienti a giustificare il malcontento degli adepti.

Il Califfato sta effettivamente attraversando un periodo decisamente critico a livello economico, tanto da aver varato provvedimenti alquanto restrittivi (emblematiche le delibere risalenti rispettivamente a settembre e ottobre del 2015) volti a limitare  l’utilizzo di veicoli istituzionali e la concessione di elettricità all’interno dei labili confini nazionali. Analogamente ai buoni pasto, scesi da due dollari a 50 centesimi, persino gli stessi stipendi degli attivisti  hanno dovuto essere drasticamente decurtati (ora un miliziano può ricevere  al massimo 360 dollari complessivi al mese).

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I  prezzi petroliferi al ribasso – uniti alla distruzione di parecchie postazioni strategiche a opera della coalizione internazionale – hanno inoltre sensibilmente influito sui proventi annuali  derivanti dalla vendita abusiva di oro  nero. “Secondo le stime a nostra disposizione le entrate sono calate da 500 a 250 milioni di dollari“,  ha puntualizzato Danil Glaser, in forza alla segreteria del Us Treasury’s Office of Terrorism and Financial Intelligence di Washington. “I raid arei finora hanno funzionato, ma occorre individuare un modo per bloccare anche il flusso di denaro liquido che scorre all’interno dello Stato Islamico. Non dimentichiamo che i jihadisti incassano 360 milioni di dollari all’anno dalle tasse imposte ai sudditi“.

Indubbiamente l’autorevolezza degli oligarchi di Raqqa – capitale e roccaforte jihadista in terra siriana – è stata pesantemente intaccata dal fenomeno di diserzione collettiva  che ha investito la militanza (sono molti i “traditori” giustiziati).   E le profonde fratture registrate nel contesto militare non hanno certo alleviato  la tensione ormai vigente all’ombra dello stendardo nero.

Inconvenienti a cui tentano di ovviare arruolando incessantemente i minori (il 60% dei guerriglieri ha meno di 18 anni), ossia le cosiddette colonne dello stato. Un training ormai breve (inizialmente circoscritto a 30-45 giorni seguiti da tre decadi sul campo) destinato inequivocabilmente a forgiare  futuri aguzzini.

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