RICORDANDO BORIS GIULIANO

DI VINCENZO VASILE

VINCENZO VASILE

Palermo tra anni ’60 e ’70, la prima guerra di mafia, il neo commissario e l’apprendista giornalista. La ‘pax mafiosa’ per riconvertire l’organizzazione al traffico planetario della droga, e lo sbirro Giuliano va a curiosare in America. La mafia in affari con Sindona e l’antimafia giudiziaria con Chinnici e Falcone. E’ l’investigatore Boris Giuliano, a fornire a Falcone gli elementi per il processo “mafia e droga” prologo per il maxiprocesso. Più storia che cronaca.

Palermo anni '70 cop
Non vedrò probabilmente la miniserie su Boris Giuliano, vicequestore e capo della Squadra mobile di Palermo, ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979, che va in onda da oggi su Raiuno: tengo al riparo le mie coronarie, troppe volte imperscrutabili “esigenze di sceneggiatura” hanno falsato in maniera insopportabile fatti e personaggi che appartengono alla mia memoria di cronista degli anni di piombo palermitani. Non so se la fiction riuscirà a rendere tutta la novità che fu rappresentata da un funzionario di polizia fuori dal comune, sul conto del quale dovetti ricredermi rispetto a certi miei pregiudizi negativi.
La polizia di Palermo per me, studente liceale e universitario, era quella che non era riuscita a scalfire bande mafiose che si facevano la guerra per le strade; si chiamava Calcedonio Di Pisa, trafficante di droga, il primo morto ammazzato che vidi con i miei occhi a 14 anni, nel dicembre 1962, accompagnando mia madre a fare la spesa, steso per terra in piazza Diodoro Siculo, poco lontano da casa mia; e ogni volta che ancora mi trovo a leggere o scrivere il luogo comune della “pozza di sangue” nella quale giacciono secondo i cronisti tutte le vittime delle esecuzioni, vado a quel ricordo d’infanzia abbastanza scioccante di un’arancia che sembrava galleggiasse in mezzo a tutto quel liquido rosso.
Poco tempo dopo quel fatto di sangue che inaugurò la “prima guerra di mafia”, Boris Giuliano, vinto il concorso, prese servizio nella Squadra mobile. Furono anni di fuoco, fiamme e sangue: a casa ci raccomandavano di cambiare marciapiede se vedevamo una Giulietta parcheggiata. Era l’auto preferita dai bombaroli mafiosi che proprio con una di esse fecero strage a Ciaculli, borgata agricola piena di agrumi e di criminali.
Ancora non si chiamavano maxiprocessi, ma si susseguivano inchieste “monstre” con centinaia di imputati, che diedero luogo in quegli anni a centinaia di assoluzioni. Neanche scalfito poi appariva dalle indagini che leggevo avidamente soprattutto sulle pagine del giornale della sera, L’Ora, il sistema politico- imprenditoriale retrostante le prime file criminali.
Eppure tutto avveniva a cielo aperto, davanti a casa c’era il villino Florio, capolavoro della Palermo Liberty, lo bruciarono sistematicamente in una notte, per raderlo al suolo, si salvò perché era costruito in pietra: nessun indagato, né il sindaco né l’assessore né il costruttore, sulla bocca di tutti.
Ecco, nei primi anni Settanta, io cronista alle prime armi la polizia (e la magistratura) tranne qualche eccezione, la vedevo così: inchieste vecchio stampo, stanche “retate”, un occhio o tutt’e due chiusi di fronte al potere, qualche confidente tanto protetto quanto bugiardo. E nel 1970, quando per la prima volta fecero sparire un giornalista, Mauro De Mauro, i poliziotti fecero a gara con i carabinieri a imboccare piste sconclusionate, una di esse – oggi può sembrare incredibile – puntava in chiave anticomunista allo stesso giornale nel quale Mauro lavorava.
Quando ho iniziato a occuparmi di cronaca “nera” per l’ufficio di corrispondenza siciliano dell’Unità, era un periodo che chiamammo di “pax mafiosa”, ci sembrò lunghissimo e si trattò di appena cinque, sei anni. Dovendo selezionare e proporre per le cronache nazionali i delitti e i fatti di mafia più importanti, mi occupai, confesso, sporadicamente con il dito sinistro di quelle cronache.
Eppure furono gli anni di pace, come diceva Falcone tra quelli più pericolosi, quando la mafia diventava più potente. Erano gli anni delle raffinerie di eroina trasferite dalla mafia italiana e da quella americana da Marsiglia alla Sicilia, gli anni dei colossali riciclaggi nelle banche di Sindona.
Giuliano è in quel momento tra gli investigatori di Palermo l’unico che ha già coltivato rapporti con colleghi oltre Oceano della Fbi e dell’allora sconosciuta Dea (l’agenzia federale antidroga), ha rilevato nei report statunitensi gli effetti di numerose indagini bancarie e patrimoniali, che hanno colpito mafiosi che portano gli stessi cognomi di molte famiglie palermitane, ha un grande fiuto, spesso lavora “in solitaria”.
Mi resi conto – doveva essere il 1974/75 – che Giuliano non era il solito sbirro, quando cercai di approfondire la vicenda di un incendio doloso in pieno centro alla saracinesca di un cinema di prima visione: il gestore sosteneva di non aver avuto richieste di pizzo. “Ha paura? Mente?”, chiesi. “Non credo ormai sempre più spesso abbiamo l’impressione che prima mettono la bomba e poi passano all’estorsione, come per costringere i commercianti e gli imprenditori a mettersi a posto, sistematicamente, strada per strada, quartiere per quartiere”, mi spiegò Giuliano con tono quasi didascalico invitandomi a riparlarne poi con più calma.
E ogni volta che andavo a trovarlo si faceva trovare preparato, fogli su fogli di atti giudiziari, dritte e ragionamenti: tra le altre carte che mi mostrò e che ancora tengo da parte, un dossier centrato proprio sulle tangenti delle estorsioni mafiose. Giuliano era stato infatti in gioventù tra i firmatari del rapporto di polizia sulle rivelazioni del “pentito di borgata” Leonardo Vitale, che era un soldato dell’esercito del pizzo mafioso, ma che fu preso per pazzo e mandato a morire da altri poliziotti e magistrati.
Vedrete sicuramente nella fiction un altro corpo senza vita nella classica pozza di sangue, steso a Palermo, era il 1978, già negli anni in cui si ricominciò sparare: Giuseppe Di Cristina, uno che era stato per decenni tra i più costanti (e depistanti) confidenti degli investigatori palermitani. Gli trovarono addosso decine di milioni di lire in assegni, da spartire a decine di mafiosi di famiglie ritenute in conflitto, ma unite nel grande affare delle raffinerie di eroina.
Se non ci fosse stato Giuliano che indagò su quegli assegni, Chinnici non avrebbe avuto modo di affidare quell’indagine a Falcone senza spezzettarla in mille rivoli, assegno per assegno, banca per banca, procura per procura, come avevano fatto i suoi predecessori all’Ufficio istruzione. E così fu creato attorno a quegli assegni il “pool”.
E se non ci fosse stato Giuliano non ci sarebbe stato il primo processo di Falcone, quello detto “mafia e droga” e da lì non si sarebbe arrivati al maxiprocesso.
Perché Giuliano andò a chiedere spiegazioni su un certo libretto della Cassa di risparmio delle province siciliane intestato al signor Joseph Buonamico.
Perché in quei giorni Michele Sindona, finanziere italo-americano che in quei giorni avrebbe dovuto trovarsi prigioniero di un fantomatico gruppo terroristico e invece scorrazzava con i baffi finti per Palermo a colloquio con mafiosi e massoni.
Perché Giuliano trovò sui nastri della consegna bagagli dell’aeroporto di Punta Raisi, che non si chiamava ancora Falcone e Borsellino, una valigia piena di 500 milioni di dollari, pagamento di una partita di eroina andato a male, forse per una dritta che veniva dai colleghi Usa.
Perché il direttore della banca sospetta era parente di un capomafia di Palermo che ne fu subito informato.
Perché Giuliano chiamò un magistrato americano di nome Rudolph Giuliani e gli chiese notizie di un certo Joseph Buonamico e seppe che si trattava di Sindona.
Perché lavorando su Sindona, il commissario prese l’aereo per Milano e andò a trovare un avvocato integerrimo di nome Ambrosoli che stava liquidando l’impero italiano del finanziere di Patti, e poco dopo sia l’avvocato sia il commissario furono uccisi.
Rompendo la quiete illusoria della pax mafiosa e inaugurando un’altra guerra