UN TRANQUILLO VENERDI 17

DI GIOVANNI BOGANI
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Ora sono le cinque e mezza di pomeriggio. Di un giorno di quasi estate. Ora sono stanco. Sono stato otto ore e mezza seduto su quella sedia di plastica senza alzarmi mai, neanche per bere, neanche per fare la pipì o mangiare qualcosa. Perché c’era una cosa più importante da fare. E perché io, quando inizio, non mi arrendo.
Ci sarei anche morto, su quella sedia, ma senza finire gli esami non mi sarei alzato. Anche se avessi dovuto passarci la notte, e ricominciare la mattina. Come Maigret, il commissario. Quando iniziava a fare le domande, faceva portare su dalla brasserie Dauphine delle birre e dei sandwich. Con cosa, non si è mai saputo. Il saucisson, il salame. O il jambon, il prosciutto. Non importava. E cominciava a fare domande, con l’aria di niente, con l’aria di guardare fuori dalla finestra, lì dove la Senna scivolava sempre uguale, e le chiatte andavano, segnavano linee orizzontali lente, come segni di matita sul quaderno dell’acqua.
E lui, Maigret, domandava. Finché non arrivava alla verità. Con pazienza, senza astio, senza odio, senza manie di protagonismo. Come un medico, come un confessore. Con una infinita compassione per gli uomini.
Quella mattina sono partito da casa di corsa. La sveglia, poche ore dopo essere andato a letto. E poi via, prendi tutto, hai preso tutto? Lo chiedo io a me stesso. E poi via, con lo scooter. Meno male che non piove. C’è il sole, anche se è venerdì 17. Chissà se oggi mi schianto con lo scooter. Niente esami, in quel caso. “Il prof ha avuto un incidente”, studenti irritati. Io all’ospedale con un osso rotto, come un anno fa. Ad aspettare che mi facciano le radiografie, e mi dicano quanto tempo occorrerà per tornare quello di prima.
Lungo la strada, un ragazzo di colore che vende giornali. Vende il giornale per il quale lavoro, e che mia mamma comprava sempre. Anche la domenica. Mia mamma che è morta di solitudine, un giorno dopo l’altro. Mia mamma che non me ne sono accorto, che moriva di solitudine.
Lei mi diceva “oggi era domenica, l’edicola era chiusa, ma c’era l’extracomunitario”. “Ah sì, mamma, ma extracomunitario di dove?”. Silenzio. “Come, di dove? L’era estrahomunitario”. “Sì, ma di dove?”. “Ovvia, ma che tu voi? Di ‘ndo ll’era e ll’era ll’era estrahomunitario”. “Sì, ma di dove?”. “Ovvia ll’era nero, insomma”. E così capii che per lei extracomunitario era un modo più gentile per dire “africano”. Per dire nero.
Arrivo alla scuola alle 9.13. Diciassette minuti in anticipo, oggi venerdì 17.
Nove e tredici. Un’aula al primo piano. Vuota. Ci sono quattro tavoli, posso scegliere quello che voglio. Faccio le prove. Meglio vicino alla porta o in fondo? Scelgo quello più in angolo. La schiena contro il muro. Come quando mangio in un ristorante, quelle pochissime volte. La schiena contro il muro.
Entreranno, ancora lontani. Si avvicineranno. Poi tutto inizierà.