L’ALTERNATIVA AL PD DI RENZI C’E’ E NON E’ SOLO QUELLA DEI 5 STELLE

DI STEFANIA DE MICHELE
STEFANIA DE MICHELE
Sesto Fiorentino dove e Montanari chi? Il riscatto della sinistra passa anche da questo: una cittadina di 50 mila abitanti nel cuore della Toscana rossa e un 45enne storico dell’arte, presidente di Libertà e Giustizia, oltre che editorialista e blogger. Dopo aver rifiutato l’offerta di Virginia Raggi, che l’aveva chiamato a gestire la politica culturale dell’Urbe, Tomaso Montanari ha invece accolto l’invito del neosindaco di Sestograd, Lorenzo Falchi, che – da sinistra e non dall’empireo 5 stelle – ha sconfitto il candidato del partito democratico, Lorenzo Zambini. Montanari sarà consigliere speciale per la cultura: si occuperà soprattutto del museo Ginori (ancora chiuso), della salvaguardia e valorizzazione delle tombe etrusche della Montagnola, dello sviluppo del polo culturale di Doccia. La scelta di Montanari esprime un certo grado di coerenza, argomentato nella lettera pubblica, seguita al rifiuto di approdare nella Capitale: “Mi riconosco nei valori della Sinistra. Non ho mai votato 5 Stelle, e se avessi votato a Roma, al primo turno avrei votato per Stefano Fassina”. E ancora: “Per governare una città davvero bene – specialmente nella cultura – non si può essere capitani di ventura o tecnici vaganti: bisogna essere un membro stabile di quella comunità”. Una lettura più ampia è possibile: Renzi ha smarrito il blocco sociale di riferimento, ha abbandonato in mare aperto e senza neppure una ciambella di salvataggio il ceto medio depauperato, gli abitanti delle periferie, i lavoratori precari. Il presidente del Consiglio mai votato è diventato sistema, ancien régime, sovrastruttura per affari lobbystici. Il camouflage, inteso come trucco terapeutico e fantasia mimetica, volti a mascherare gli incredibili difetti politici del Renzi-pensiero, è avvenuto grazie a massicce dosi di esposizione mediatica, frasi ad effetto vetero-populiste, uso abnorme di tweet, post, slogan. Due anni nella stanza dei bottoni, evocata da Pietro Nenni (che ebbe a dire di non averla trovata mai, quella stanza), e il premier ha pigiato tasti che nulla hanno cambiato, almeno per gli elettori che si riconoscono nei valori di sinistra. Il vuoto è stato colmato dai 5 Stelle, che hanno stravinto a Roma, a Torino e in altri 17 Comuni strappati ai candidati pd al ballottaggio. Sesto e Montanari dicono però anche altro: l’alternativa al Pd di governo c’è e non è garantita in via esclusiva dai grillini. La sinistra, quella vera, certo non sta bene ma è viva e vegeta. Molto dipenderà anche dalla resa dei conti in seno al partito democratico. Renzi deve guardarsi dalla minoranza dem dei Bersani e Cuperlo, ha necessità di non prestare il fianco alle staffilate di D’Alema, deve verificare la tenuta dei fedelissimi su questioni sino a ieri blindate, come l’Italicum. Oggi la legge elettorale voluta dal premier, la norma che richiama l’Acerbo di foschi e neanche troppo lontani momenti bui della nostra storia, è tornata in discussione. Il motivo è legato al fatto che, adesso, con l’Italicum, il Pd non vince. Roba da far accapponare la pelle, anche perché – va da sé – le regole non dovrebbero essere scritte da chi pensa di trarne giovamento. Tant’è. Il confronto interno al partito prima e il referendum di ottobre poi potrebbero sancire la fine di Renzi e delle sue riforme. Ma se anche la piazza non fosse pronta, potrebbe riuscire nell’intento la Consulta, chiamata a pronunciarsi sulla legge elettorale pochi giorni dopo la chiamata alle urne referendaria. Ma questa è la politica di sistema. Quella che piace di più agli antagonisti del sistema attuale è altra cosa: lasciarla solo a Grillo e compagni sarebbe un peccato