SPAGNA. RAJOY RINGRAZIA LA BREXIT. MA NON GOVERNERA’ A LUNGO

DI LUCIO GIORDANO

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Fossi in Mariano Rajoy, domani stesso andrei a portare un cero sulla tomba politica di David Cameron. Senza la sciagurata mossa di indire il referendum sulla Brexit per vincere un anno fa le elezioni in Gran Bretagna, oggi  il segretario del PPe spagnolo si sarebbe sognato di vincere le elezioni iberiche, le seconde in sei mesi. La paura di scontentare i mercati, di venir travolti in chissà quale modo dallo stesso destino dei britannici, ha convinto infatti  gli spagnoli che sono andati al voto a concedere nuova fiducia all’amico della Merkel, nonostante il partido Popular da anni  sia letteralmente travolto dagli scandali per corruzione. 70 politici del PPE sono finiti alla sbarra in questi mesi, e molti all’interno dello stesso partito hanno chiesto la testa del potentissimo Rajoy, senza peraltro riuscirci. A nulla è valso poi  il sacrificio del volto storico del Ppe, Azzurra Aguirre, ex sindaco di Madrid, che ad un certo punto, nel febbraio scorso, ha rassegnato le dimissioni da presidente del senato e dal suo stesso partito, sibilando una frase che era tutto un programma: ‘la corruzione, ci sta uccidendo’. Era così.

Senza la Brexit, dunque, i sondaggi che davano il ppe in forte crisi di consensi sarebbero stati centrati. E invece Rajoy ha vinto, portandosi a casa  un lusinghiero 33, 03 per cento di voti. Percentuale con cui però non gli sarà facile governare. Anzi. Perché quei voti il Ppe li ha sottratti al suo alleato naturale, Ciudadanos, arretrato al 13 per cento. Insieme non fanno la maggioranza. Quei voti Rajoy li chiederà allora  al Psoe di Sanchez. Si, finirà cosi. Che cioè Ppe e Psoe, che perde elettori ma si conferma seconda forza del parlamento spagnolo , si accorderanno per un governo di coalizione, sono fino a dieci anni fa impensabile e contronatura.

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Lo chiede l’Europa, lo vuole la Merkel e lo pretende la confindustria iberica. Poche storie. In un paese che soffre una profonda crisi occupazionale i disoccupati sfiorano il 30 per cento,  in un Paese travolto dalla corruzione e dal rapporto deficit pil  al 5 per cento, non è più tempo di sofismi. Serve continuità. Che poi sarà coazione a ripetere gli stessi errori che hanno messo in ginocchio un Paese un tempo florido, poco importa. Difficile, insomma, che si torni al voto tra tre mesi. L’accordo si troverà. Ci sarebbe in realtà l’ipotesi  di un governo Psoe- podemos unidos. Ma i socialisti che hanno smarrito la strada del progresso, piuttosto si farebbero incatenare alla Sagrada familla. Del resto, l’unica possibilità per dare uno scossone al quadro politico spagnolo era rappresentato proprio dalla vittoria di Podemos o quantomeno dal sorpasso della sinistra sul Psoe. Non è riuscito: 22, 6 contro 21, 5. La Brexit, appunto, ha frenato la voglia di cambiamento degli spagnoli e chi è andato  al voto da oggi  si batterà il petto per non aver avuto maggiore coraggio.

Ultima cosa: il proporzionale spagnolo non c’entra nulla. Le coalizioni si fanno in base ai programmi e all’intelligenza dei leader. Se Sanchez, anche nei mesi scorsi, non ha voluto formare un governo con Iglesias, c’è poco da fare.  Adesso accetterà invece di appoggiare Rajoy, incorrendo nelle ire della base socialista e preparandosi inconsapevolmente al suo tramonto politico.

Ma anche se lo vuole l’Europa difficilmente il nuovo esecutivo che si proverà a formare, resisterà a lungo. La Spagna ha bisogno di nuove ricette e non di minestre riscaldate che hanno portato fin qui a pessimi risultati, economici e sociali. Nei quattro anni di austerity Madrid è precipitata ed è stata presa per le palle dai banchieri tedeschi. Al primo segnale di profondo malessere, vedrete, il popolo scenderà di nuovo in piazza e a quel punto sarà il turno del 37enne Iglesias. Che forse oggi ringrazia a sua volta la Brexit. Il suo partito, nato due anni fa e ancora acerbo per guidare la Spagna,  ha perso quasi un milione di voti, finiti tutti nell’astensionismo, ma mantiene una verginità politica che gli consentirà di essere pronto , tra un anno a governare .  E questa è una previsione, ancor più di un auspicio.

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